Dopo due anni di circolazione nei festival italiani e internazionali, Voce approda sulle pagine del Messaggero. Un cortometraggio breve, nove minuti appena, ma sufficiente a contenere molte storie: quelle raccolte da un form anonimo attraverso il quale un centinaio di donne hanno condiviso esperienze di abuso, sopraffazione, paura. Da quel materiale fragile e potente nasce un monologo femminile che parla non “di” qualcuno, ma “per” molte. È proprio questa coralità a definire l’identità del film, diretto da Andrea La Puca e scritto con la sceneggiatrice Azzurra Nappi, e interpretato da Rosaria Ruocco, sola in scena ma capace di diventare molte. La sua interpretazione attraversa esitazioni, implosioni e braci di rabbia. Il cortometraggio si apre in un teatro spoglio, poi un materasso affiora dall’oscurità, e ancora un telo di plastica si muove come un mare in tempesta. Sono questi gli elementi essenziali, familiari eppure disturbanti, che compongono l’universo visivo di Voce, un universo spoglio, onirico. In questo impianto essenziale non esiste passato né presente, così che possa accogliere ogni storia senza gerarchie. Gli oggetti che popolano queste stanze: un materasso, un telo, una sedia, sono dettagli comuni che, decontestualizzati, diventano indizi di un’inquietudine che riaffiora. Come i “buchi tra le doghe” che la protagonista evoca all’inizio del monologo, o come l’acqua che ritorna in ogni ambiente, insinuandosi nella memoria come un pensiero che ristagna “finché non allaga il pavimento”. Uno dei nodi più intimi del cortometraggio è la rappresentazione della solidarietà femminile. Non come soluzione definitiva o panacea: nel film è un sostegno precario, sottile, ma capace di impedire che la solitudine diventi una condanna irreversibile. Una presenza che non salva, ma permette di resistere, che tiene in vita. Questa rete è composta dal gruppo di corpo e movimento, il secondo personaggio aldilà della protagonista, che rappresenta le molteplici voci che abitano ogni singola donna: frammenti, memorie, timori e resurrezioni che convivono sotto la stessa pelle. Il seminterrato finale è vuoto, ma non è più lo stesso: ciò che era nascosto ora è passato di mano in mano, condiviso. Quello di Voce è un viaggio segnato da numerosi riconoscimenti, molti dei quali assegnati dal pubblico: dal Premio del Pubblico a Sguardi Scomodi 2024 e a 24frame al Secondo 2025 al Premio Messaggio Donna al Festival del Cinema di Cefalù, dalla Menzione speciale al Premio Ermanno Olmi 2024 al Premio Radio Carpine, fino al titolo di Miglior Corto Sperimentale all’Immaginaria Film Festival 2025. Un riscontro che racconta la capacità del film di toccare una sensibilità diffusa, più che di convincere attraverso la sola forma. Il monologo, scritto da Azzurra Nappi, si muove come un flusso di coscienza che scava nella memoria traumatica. Le immagini suggeriscono un ritorno ciclico delle prime volte: situazioni in cui l’allarme è stato ignorato, il pericolo minimizzato, la violenza normalizzata. “E rivivo in tutte le me”, dice la protagonista, riportando alla luce una molteplicità soffocata, fatta di corpi che reagiscono, cadono, si irrigidiscono, si dissolvono. Nel finale, Voce vira verso una luce diversa. Le ballerine, fino a quel momento figure immerse nell’acqua, nel buio, nel telo che le soffoca, si muovono come un unico cuore pulsante. La protagonista entra tra loro, si accascia, viene accolta. Mani che prima avevano lottato ora accarezzano, sostengono, custodiscono. Co-prodotto da Veevelo Production e Casa Zen, il film è il risultato di una collaborazione che ha permesso di unire linguaggi: cinema, teatro, danza, per restituire un’esperienza emotiva complessa. Dopo due anni di cammino, Voce continua a trovare nuovi spazi. Quell’urlo trattenuto, quel gesto interrotto, quella solidarietà imperfetta appartengono a un tempo che non passa: il tempo delle storie che, finalmente, iniziano a essere ascoltate.