La promessa è stata mantenuta. Era gennaio quando la premier Giorgia Meloni tornava da Ad Al-Ula con in mano un accordo di cooperazione da 10 miliardi, lanciando il Business Forum.
Si è ora tenuto l’incontro bilaterale tra Italia e Arabia Saudita, durante il quale il Governo si è posto l’obiettivo di aumentare l’export nazionale dai 6,2 miliardi di euro di quest’anno a 7,1 miliardi per il 2026.
Il Business forum e Ice, l’ex agenzia del commercio estero
Grazie all’opera di collaborazione tra l’agenzia Ice, l’ambasciata italiana e il ministro degli Investimenti di Riyadh, ben 400 rappresentati di grandi (ma soprattutto piccole e medie) imprese italiane e 600 saudite hanno esposto progetti, stipulando accordi commerciali.
Le aree di discussione si sono articolate intorno ai seguenti punti tematici:
- infrastrutture;
- automotive e trasporti sostenibili;
- edilizia e arredo;
- farmaceutico;
- tecnologia;
- agritech e agroindustria;
- sport.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani era presente, anche per supervisionare lo stato di avanzamento del progetto che riguarda Diriyah, il sito archeologico patrimonio dell’Unesco.
Diriyah: expertise in cambio di turistificazione?
Il progetto riguardante il sito storico in località At-Turaif, vicinissimo alla capitale degli emiri, secondo stime più accurate dovrebbe concludersi entro il 2030. Ma non si tratta semplicemente di restauro e conservazione del primo nucleo della capitale della regione saudita.
Stanno emergendo infatti accuse di turistificazione, un processo in cui interi quartieri (o a volte città, come nel caso delle città d’arte italiane) si trasformano per soddisfare le esigenze del turismo di massa. Porta spesso a un aumento dei prezzi delle case, alla sostituzione dei servizi locali con attività per turisti e alla perdita di residenti.
Il cuore storico del deserto, costruito tra il 1727 e il 1818, verrà integrato all’interno di una pianificazione urbanistica adatta ad accogliere flussi di turisti molto elevati. Si parla di parcheggi sotterranei da oltre 10.000 posti auto, più di 20 alberghi e una grandissima zona commerciale.
Lo stile scelto per le nuove costruzioni sarà il najdi, in armonia con l’architettura tipica del nucleo patrimonio dell’Unesco, andando a sfumare così i confini tra il museo, di poco meno di 30 ettari, e la città, che si prepara a ospitare fino a 100mila persone al giorno.
Le critiche degli esperti e l’impatto sulle comunità locali
Gli effetti di una simile integrazione sono visti con perplessità da diversi studiosi, in particolare M. Saad Hanif e Müge Rıza (rispettivamente architetto e urbanista e ricercatrice del medesimo settore all’Università del Mediterraneo Orientale).
Secondo i due studiosi, non è da demonizzare la volontà di valorizzare un sito al punto da trasformare le rovine di una città fantasma in tessuto urbano vivo. Bisogna però chiedersi quanto si perderebbe in autenticità storica.
In secondo luogo, quello che si considera sempre meno è l’impatto che un simile progetto di turistificazione avrebbe sulle comunità locali. Infatti, uno studio pubblicato su Mdpi a tema sostenibilità, denuncia proprio la mancanza d’integrazione della popolazione aborigena all’interno del processo di cambiamento.
Export in Arabia Saudita: non solo macchinari e conoscenze
Insomma, quali passi sono stati fatti rispetto all’accordo di gennaio tra Meloni e Mohamed bin Salman?
L’Italia è potuta salire da ottavo a settimo partner commerciale dell’Arabia Saudita. Con il Business Forum, conclusosi il 25 novembre, i due Stati hanno steso le condizioni per incrementare reciprocamente l’export.
Sicuramente la strutturale carenza di materie prime del Belpaese, soprattutto in ambito energetico, andrà a costituire gran parte degli investimenti in infrastrutture in Arabia.
Il petrolio, purtroppo, rappresenterà ancora una quota troppo consistente come combustibile per produrre la nostra elettricità. L’Italia, d’altronde, si è schierata contro la transizione green e la decarbonizzazione dell’energia.