Ascolta la versione audio dell’articolo
Sullo sfondo c’è l’esigenza della Us Navy, la Marina Militare americana, di rivedere i propri piani di sviluppo focalizzando la rotta su navi di dimensioni più contenute e nuove tecnologie. Con il risultato di imporre un cambio di passo su alcuni dossier oggetto di rimodulazione o di arrivare, in altri, alla completa cancellazione dei programmi come nel caso dell’armatore Eastern. Da qui la decisione degli americani di ridefinire il contratto con Fincantieri che ha al centro la realizzazione delle fregate di classe Constellation in costruzione presso il sito di Fincantieri Marinette Marine (Fmm) nel Wisconsin.
Duplice binario
Una rimodulazione che passa attraverso un duplice binario: da un lato, la continuità dei lavori per le due fregate attualmente in fase di realizzazione con la cessazione del contratto per le altre quattro già oggetto di ordine, a fronte della quale il gruppo guidato da Pierroberto Folgiero sarà indennizzato; dall’altro, l’individuazione di nuove classi di unità navali relative a nuove commesse con cui Fincantieri punta a rispondere al meglio alla nuova dottrina navale militare dell’amministrazione Usa e alla rinascita dell’industria cantieristica statunitense. Tradotto: le nuove priorità non sono più grandi fregate, ma il faro sarà puntato su navi tecnologiche, guerra anfibia, missioni speciali e anche unità rompighiaccio.
Cambio di passo
Un cambio di passo che il numero uno di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, declina nel seguente modo: «È una buona notizia – commenta il top manager – perché significa che la fase di studio che la nuova amministrazione americana stava portando avanti è stata completata, definendo la strategia di sviluppo della flotta americana e individuando quale sarà il contributo di lungo termine previsto per Fincantieri Usa». Quest’ultima, ricorda ancora Folgiero, «ha una storia lunga 18 anni negli Usa e ha investito 800 milioni quando nessuno era pronto a scommettere nella cantieristica americana, nel pieno del disimpegno e della deindustrializzazione. Con questo accordo, Fincantieri trova una collocazione precisa all’interno della base industriale militare nella visione di lungo termine della Marina Militare Usa».
Le prossime mosse
In concreto, il programma Constellation class sarà “spezzato” in due: una parte, precisa Folgiero, «sarà trasformata in nuovo naviglio più aderente alla tipologia di navi strategiche che il sistema americano ha messo a fuoco, includendo navi più piccole e con un dislocamento più contenuto e prospetticamente con più tecnologia a bordo». In questo modo, prosegue il ceo di Fincantieri, «continueranno a essere coinvolti valorizzando maestranze, fornitori e i nostri asset in sé». La parte rimanente riguarda, invece, due navi che vanno in continuità con la rimodulazione che, chiarisce ancora Folgiero, «tiene in considerazione i commitment economici già assunti e che saranno indennizzati in ragione di una decisione presa dalla Marina “for convenience”». Fincantieri non ha fornito numeri in tal senso, ma il backlog per le sei navi vale 5 miliardi di euro: di questi 3 dovrebbero coprire le navi mantenute e l’indennizzo, mentre i restanti 2 andranno a sostenere la trasformazione del programma relativa alle quattro fregate che andranno in discontinuità. «Queste quattro saranno trasformate in nuovi ordini – spiega Folgiero – in conseguenza del cambio di strategia che la Marina ha inteso intraprendere».
La strategia più ampia
Insomma, un cambio a saldo zero per Fincantieri che va inserito in una strategia più ampia messa in campo dalla nuova amministrazione guidata da Donald Trump che punta a rilanciare il sistema dello shipbuilding americano, con l’obiettivo di superare le carenze industriali ereditate dal passato e definire una strategia per competere con l’antagonista cinese aumentando il contenuto tecnologico nonostante il deficit in termini di numero di navi in mare. Con il risultato che il governo americano ha messo mano a tutti i programmi definendo, come detto, diverse rimodulazioni con l’obiettivo di preservare la capacità produttiva statunitense e, soprattutto, l’operatività dei pochi operatori presenti nel Paese, tra i quali Fincantieri Usa riveste un ruolo di primo piano.
