Chivu rivede i soliti fantasmi con la retroguardia schierata a zona sulle palle inattive: perfetti per larghi tratti della partita, poi la catastrofe finale
27 novembre 2025 (modifica alle 00:44) – MADRID
La beffa, tremenda per l’Inter, è che prima del calcio d’angolo piovuto in mezzo e della testata sui sogni nerazzurri di Gimenez, Cristian Chivu si sarebbe pure potuto rammaricare per un pareggio coraggioso, ma striminzito: una prestazione del genere in Europa sarebbe stata comunque motivo di vanto, anzi i suoi avrebbero meritato di più perché non è comune costruire così tanto nella casa bollente dell’Atletico. E, invece, alla fine, il tecnico romeno ha rivissuto il solito giorno della marmotta: la squadra perde in vario modo pur giocando sempre meglio dell’avversario, e le beffe in sequenza in questi luoghi non sono mai casuali. Si è liquefatta ancora sul più bello, è crollata sempre davanti alle proprie insicurezze, soprattutto difensive. Questa disfatta madrilena ha fatto più male che quella col Diavolo perché stavolta l’Inter aveva dimostrato pure di saper rimontare, segno almeno di carattere ritrovato, ma è risalita sul volo verso l’Italia con i vecchi problemi perfino più accesi nelle sfumature: questa squadra non soffre solo per le transizioni, spesso regalate sull’altare di un gioco molto dispendioso, ma anche e soprattutto sui calci piazzati in cui servirebbe sempre applicazione maniacale.
sos corner—
Nei primi sei corner dell’Atletico la squadra schierata a zona ha contenuto come si dovrebbe sempre fare, sul settimo al 93° la testa era evidentemente altrove e nessuno si è accorto dell’arrivo prorompente del centrale di Simeone. La fotografia del momento è, a suo modo, rivelatrice: dieci nerazzurri a guardare la palla, mentre cinque giocatori dell’Atletico, l’esatta metà dei rivali, irrompono da dietro. La novità tattica del romeno, rispetto alla precedente marcatura a uomo su angolo pretesa da Inzaghi, è uno dei cambiamenti radicali del sistema Chivu: non è certo sbagliata in partenza, ma serve un metodo preciso per non “perdere” l’avversario e, soprattutto, una concentrazione feroce che la mente fragile di questa Inter spesso non ha. Anzi, il perpetuarsi di questi variegati errori dietro pone l’Inter in una condizione mentale ormai delicata: che l’allenatore debba fare sedute sul lettino è ormai noto, ma andando avanti così la parcella dell’analista schizza alle stelle.
il c*lo di bisseck—
Non è la prima partita che i nerazzurri avrebbero meritato ai punti e che, invece, terminano con un pugno di mosche in mano. Ognuna è diversa dalle altre, ma c’è un filo sottile che lega le cadute contro Juve, Napoli, Milan e questa contro l’Atletico barricadero del Cholo: cadere nei soliti errori banali, palloni persi sanguinosamente, ultimi passaggi sbagliati e stavolta, appunto, marcature deboli. La necessità di più qualità e più mentalità è evidente, a partire dalla difesa che ieri è stata rimescolata in forma diversa dal solito: non solo ha riposato Acerbi, ma pure De Vrij, atteso all’inizio, ha visto la battaglia dalla panchina. Akanji da centrale ha mostrato qualche ruga e, alla sua destra, Bisseck è tornato nella vecchia posizione. Alla fine, il tedescone ha mostrato di conoscere bene la lingua italiana e avere altrettanta coscienza del momento: “Dobbiamo continuare a lavorare, spero che in futuro avremo un po’ più di culo”, ha detto. E ancora: “Nel calcio può capitare. Non meritavamo di perdere, ma è andata così. Abbiamo dato tutto, abbiamo preso due tiri e due gol. Non è giusto, ma questo sport è così e si continua. Sono contento della prestazione, ci sono tante cose da migliorare, ma non posso dire niente di male alla squadra, anche se fa malissimo”.
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