Perché per raccontarsi ha scelto proprio il teatro?
«Il teatro è famiglia, sicurezza. Ti dà il modo di confrontarti con il pubblico, di misurare, scegliere, provare quello che hai da dire. Ho fatto tantissimi film, ma in nessun momento della mia carriera ho mai pensato di rinunciare al teatro».
Invece, il cinema cos’è?
«Un momento irripetibile, unico. Quando il regista dice “buona”, è andata. Sono due modi di concepire il lavoro che mi affascinano. Sono come due belle donne da cui sei attratto, ma una è tua moglie e l’altra è l’amante».
Chi è l’amante?
«Decisamente il cinema».
Quando ha capito di avere questa passione?
«È sbagliato definirla passione perché per me è una malattia. Io non riesco a vivere senza lavorare. Io vado in astinenza se non recito. Torniamo alla domanda… quando l’ho capito? Direi quando avevo 8 anni ed ero in Israele, a Tel Aviv. In occasione delle festività, organizzavamo sempre una recita. Io ero sul palco e a un certo punto inizio a ridere. Ridevo talmente forte che ho iniziato a farmi la pipì addosso. Non so come, ma fu un successo incredibile: tutti erano divertiti e io mi divertivo guardando la loro reazione. Ho capito in quel momento che io volevo imparare a giocare con quella cosa lì, che volevo di nuovo suscitare emozioni in chi mi guardava o ascoltava».
Lei recita in una maniera molto intima, riconoscendosi nei personaggi che interpreta.
«Prenda Gian Maria Volontè: lui era un genio, un trasformista, un attore camaleontico. Le mie trasformazioni, invece, devono assomigliare a me. È come se tutto ciò che ho vissuto nella mia vita, le mie esperienze, le mie sofferenze vengano regalate di volta in volta ai personaggi che interpreto. C’è sempre una parte di me stesso che metto a disposizione».
C’è un ruolo in cui si è rivisto di più?
«Non saprei. Però, mi vengono in mente due episodi. Il primo è più recente: ho interpretato a teatro un padre malato di Alzheimer in Il padre, l’opera teatrale scritta da Florian Zeller. Mi venne a vedere Zeller in persona a Milano e, finito lo spettacolo, mi disse che la mia interpretazione aveva dato al personaggio nuove pieghe che lo avevano emozionato, quasi come se lo avessi riscritto».
L’altro?
«Sono agli inizi della mia carriera, sul set de Il conformista di Bertolucci. Io avevo la parte di un cieco ubriacone. Dovevo recitare una barzelletta antifascista, ma sul set si respirava un’aria pesante perché, da pochi giorni, era morta la figlia dell’attore protagonista, Jean-Louis Trintignant. Dico la mia battuta e tutti iniziano ad applaudirmi. Mi sento anche toccare la spalla, mi volto ed era Trintignant che mi diceva: “Merci beaucoup!”. E, prima di quel momento, non avevamo avuto modo neanche di presentarci, ma voleva dirmi grazie per ciò che ero riuscito a dare in più a quel personaggio».