di
Cesare Giuzzi

Esclusa la richiesta di una misura cautelare per il nuovo indagato, si punta ad arrivare entro la primavera alla richiesta di rinvio a giudizio: il risultato della perizia disposta dal Tribunale nell’incidente probatorio avrà valore di prova

La domanda che tutti si fanno, dopo che dall’incidente probatorio è arrivata la conferma della «piena concordanza» del Dna Y di Andrea Sempio con quello trovato sulle unghie di Chiara Poggi, è una soltanto: cosa cambia adesso?

La piena conferma della perita Denise Albani alle consulenze della procura di Pavia e della difesa di Alberto Stasi (condannato a 16 anni di carcere per il delitto) diventa un punto granitico dell’inchiesta. Perché non si tratta di un accertamento di parte ma del Tribunale, e quindi «terzo», e soprattutto perché avrà valore di prova in un – a questo punto sempre più probabile – processo a Sempio. 



















































Da ieri, insomma, nessuno potrà più mettere in dubbio – spesso con teorie fantasiose e antiscientifiche – quel che la scienza forense ha accertato: nelle tracce di materiale biologico repertate dai Ris nel 2007 sulle unghie di Chiara e poi analizzate definitivamente (tanto da «consumare» l’intero reperto) nel 2014 dal professor Francesco De Stefano, perito del processo d’appello, c’è la traccia biologica dell’amico di Marco Poggi, ragazzo all’epoca 19enne che frequentava, poco e saltuariamente, la villetta di via Pascoli. Ma soprattutto non c’è traccia né di quello di Alberto Stasi – che sta finendo di scontare la sua pena nel carcere di Bollate da dove esce solo per andare a lavorare – né di quello di alcun componente della famiglia Poggi.

E forse sarà proprio questo l’elemento decisivo per le indagini dei carabinieri di Milano coordinati dal procuratore Fabio Napoleone e dall’aggiunto Stefano Civardi. Perché ora il tema, in attesa del deposito finale della perizia previsto per i prossimi giorni, e comunque entro venerdì 5 dicembre, si apre un’altra partita, più legata all’investigazione tradizionale: come ci è finito lì il Dna di Andrea Sempio?

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

I legali e i consulenti del 37enne, ma soprattutto con ostinata decisione quelli della famiglia Poggi, che in questa vicenda spesso si sono sovrapposti alla linea difensiva del nuovo indagato, pur negando con decisione che il Dna sulle unghie fosse utilizzabile (nel vecchio processo invece dissero che lì c’era sicuramente la traccia dell’assassino) sostengono che per loro si tratterebbe di Dna da contaminazione. In sostanza Chiara avrebbe toccato qualche oggetto o una superficie sulla quale c’erano piccole quantità di materiale genetico dell’amico del fratello. Il Dna, infatti, può restare per mesi su alcuni materiali. Una tesi già paventata nel 2017 nella richiesta di archiviazione delle precedenti indagini su Sempio, firmata dal procuratore aggiunto Mario Venditti e dalla pm Giulia Pezzino. Anche se in modo anomalo, secondo chi oggi indaga sul caso Garlasco, perché in realtà la vecchia inchiesta partiva dal dato della non utilizzabilità per un confronto di quel Dna. Peraltro, si trattava di affermazioni prive di qualsiasi supporto scientifico eppure confluite in un atto giudiziario e confermate dal giudice con l’archiviazione dell’indagine.

Nelle scorse settimane i consulenti della difesa Sempio hanno parlato dell’ipotesi di contaminazione dall’uso del telecomando, o anche di tracce di saliva sul pavimento o su qualche mobile. Su questo punto, la procura di Pavia ha però un elemento scientifico decisivo: come è possibile che siano rimaste sulle mani di Chiara solo le tracce di Sempio, che nella migliore delle ipotesi aveva frequentato per l’ultima volta la casa alcune settimane prima del delitto, mentre non ci sono segni di quelle dei familiari? Per i magistrati, l’assenza del Dna della mamma, del papà e del fratello di Chiara, ha una sola spiegazione: la vittima si era lavata accuratamente le mani poco prima di essere uccisa. Non può esistere, sostengano gli investigatori, alcuna altra ipotesi scientificamente supportata sull’assenza del Dna dei familiari.

È chiaro che a questo punto il nodo dell’indagine diventa proprio la collocazione del nuovo indagato sulla scena del crimine. Gli inquirenti associano la traccia genetica anche all’impronta numero 33, quella trovata sul muro delle scale che portano al seminterrato, proprio dove è stato trovato il corpo della vittima. Su questo tema si va avanti a colpi di consulenze: per la Procura quella traccia mai attribuita è certamente del nuovo indagato, per la difesa non ci sono invece i necessari punti di confronto per una identificazione. Su questo si discuterà in un eventuale processo. 

Ci sono poi altri temi investigativi: le telefonate a casa Poggi nei giorni precedenti al delitto e le «bugie» legate agli spostamenti di quella mattina di Sempio. La storia del famoso scontrino di Vigevano, insomma, che secondo i pm sarebbe stato fornito successivamente. Ma a favore della tesi dei carabinieri del Nucleo investigativo di via Moscova e dei pm pavesi, ci sarebbero altre due importanti consulenze. Quella sulle macchie di sangue, la cosiddetta Bpa, e quella medico-legale affidata alla anatomopatologa Cristina Cattaneo. Entrambe, avrebbero riscritto in parte, la dinamica del delitto rispetto alla ricostruzione delle precedenti sentenze. Altri elementi che, per l’accusa, collocherebbero Sempio sulla scena.

A questo si aggiunge poi il capitolo delle indagini bresciane sulla presunta corruzione legata all’inchiesta del 2016-2017. La tesi dei pm diretti da Francesco Prete è che i Sempio abbiano pagato «20-30 mila euro» per ottenere una facile archiviazione. Al momento gli unici indagati sono proprio l’ex procuratore aggiunto Mario Venditti e il papà di Sempio, Giuseppe. Ma nelle prossime settimane potrebbero arrivare nuovi sviluppi.

Ma appunto, cosa succede adesso? Nonostante gli elementi acquisiti dalla procura di Pavia contro Sempio, l’ipotesi della richiesta di una misura cautelare nei suoi confronti viene completamente esclusa dagli investigatori. L’obiettivo degli inquirenti, una volta completate tutte le consulenze e tutti gli accertamenti in corso, è quello di arrivare entro la primavera ad una richiesta di rinvio a giudizio per il 37enne. Solo a quel punto verrà affrontata la questione Stasi: potrebbero essere gli stessi magistrati a inviare gli atti alla procura generale di Milano per una richiesta di revisione della condanna per omicidio.


Vai a tutte le notizie di Milano

Iscriviti alla newsletter di Corriere Milano

27 novembre 2025 ( modifica il 27 novembre 2025 | 23:37)