di
Francesco Battistini
Yermak, capo dello staff del presidente dell’Ucraina e suo amico fraterno, è stato costretto alle dimissioni dopo le perquisizioni per lo scandalo corruzione. Ecco perché per Zelensky si tratta di un colpo durissimo
DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – La grotta di Ali Babà è in via della Banca. Un’elegante e blindata strada nel quartiere governativo di Kiev, piena di tigli e di droni di sorveglianza e di case bellissime: la più spettacolare è la residenza presidenziale, poco più su, la Casa delle Chimere in stile Gaudì dove vive Volodymyr Zelensky.
Fa ancora buio, venerdì mattina, quando gli agenti in mimetica con le sigle «Nabu» e «Sapo» stampate sulla schiena suonano al citofono di Andriy Yermak, 54 anni, che di Zelensky è sia il vicino, sia l’amico fraterno, sia il capostaff appena rientrato da Ginevra e dai colloqui di pace. «Buongiorno, siamo dell’Agenzia anticorruzione e della Procura speciale. Abbiamo un ordine di perquisizione della sua abitazione e del suo ufficio. È disposto a collaborare…?».
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Sì, Yermak è disposto. Nessuno gli spiega esattamente che cosa cerchino e il documento non specifica ancora un’accusa. Ma in fondo lui li aspettava: nelle intercettazioni dell’inchiesta Mida, il più grande scandalo ucraino da quand’è scoppiata la guerra, i presunti ladroni parlano sempre d’un certo «Ali Babà». Che altri non sarebbe se non Andriy Borysovych Yermak, regolarmente e prudentemente ed esclusivamente citato col nome in codice.
È l’alba d’una fine: Yermak detto «il Cardinale», nominato consigliere del presidente nel 2020, era fino a ieri il secondo governante più potente d’Ucraina, un incrocio fra il cardinal Mazzarino e il Mr. Wolf dei film di Tarantino.
È anche il tramonto d’un inizio: in quasi quattro anni di guerra, «Ali Babà» è stato l’ombra di Zelensky e compariva fin dalla prima notte dell’invasione, in divisa e alle spalle dell’amico Volodymyr, nel famoso ed eroico videoselfie girato davanti alla Casa delle Chimere («Siamo tutti qui – proclamò il presidente, braccato dai russi -. I nostri soldati sono qui, i cittadini sono qui e noi siamo tutti qui. Stiamo difendendo la nostra indipendenza, e continueremo così»).
Zelensky ha tentato in tutti i modi di salvare Yermak. L’estate scorsa, pure con una contestata legge ad personam che intendeva limitare i poteri di Nabu e Sapo. Ma una perquisizione così non s’era mai vista, a Kiev. Da due settimane, lo scandalo stava facendo tremare il governo, calare i consensi – il 70% dell’opinione pubblica voleva la cacciata del Cardinale – e si prestava al sarcasmo del Cremlino. Alla fine, il leader ucraino non ha potuto far altro che arrendersi a un’enorme pressione, firmare il licenziamento e presentarsi al Paese in un nuovo video: «Il capo di gabinetto Yermak mi ha presentato le sue dimissioni – ha annunciato venerdì sera -, lo ringrazio per aver sempre rappresentato la posizione dell’Ucraina e adottato sempre una posizione patriottica».
Per la verità, nessuno aveva capito che cosa ci facesse ancora lì, Yermak. E come mai domenica scorsa, a scandalo ormai esploso, fosse stato scelto proprio lui per rappresentare Kiev ai colloqui in Svizzera. Avvezzo a una corruzione endemica – anche prima della guerra, l’Ucraina era fra i Paesi più tangentari del mondo -, qualcuno nel partito di Zelensky tendeva quasi a giustificare: «In quel ruolo – diceva il deputato Mykyta Poturaiev –, anche un santo potrebbe trasformarsi in un diavolo dopo qualche mese. Lo stesso Lucifero non cominciò come angelo?». Ma era chiaro a tutti, dice ora lo stesso Poturaiev, «che Yermak doveva andarsene, ovvio, stava avendo conseguenze negative sulla scena internazionale e aggravando la nostra crisi sociale interna».
Sono stati gli stessi alleati del presidente, a esigere il licenziamento: «Meglio tardi che mai», commentava ieri la presidente della commissione parlamentare anticorruzione, Anastasiia Radina. «Francamente – dice al Corriere della Sera Inna Sovsun, deputata dell’opposizione -, queste dimissioni mi hanno sorpreso. Yermak era diventato troppo debole, come capo dei negoziatori ucraini. E le sue dimissioni erano desiderate, agognate: non sono mai stata una sua fan e credo che durante la guerra, senza di lui, avremmo potuto ottenere di più. Avremmo potuto ottenere di più anche a Ginevra, mandando diplomatici di professione, invece di questo ex produttore cinematografico senza passato politico. Zelensky però ha fatto una mossa inaspettata, aveva detto che l’avrebbe licenziato solo di fronte a prove certe di corruzione. C’è da chiedersi cosa l’abbia spinto ad agire così rapidamente».
Le pressioni dell’Ue e di Washington, di sicuro: «Yermak è un elemento tossico», ha confidato a Kyiv Independent un diplomatico europeo. «La lotta alla corruzione è un punto fondamentale nel progetto d’allargamento dell’Ue all’Ucraina», spiega Guillaume Mercier, portavoce della Commissione europea.
Chiaramente nessuno s’aspetta che la linea sul piano Trump, ripetuta da Yermak ai negoziati ginevrini, possa cambiare: «Non c’è persona sana di mente – aveva avvertito lui stesso in un’intervista a The Atlantic – che oggi firmerebbe un documento per cedere territorio alla Russia. E finché Zelensky sarà presidente, nessuno potrà contare sul fatto che cederemo parti d’Ucraina. La Costituzione lo proibisce. Nessuno può farlo, a meno che non voglia andare contro la Costituzione e il popolo».
È evidente in ogni caso che «il momento non poteva essere peggiore», commenta l’analista politico Bohdan Nahaylo: «Le decisioni più importanti in materia di strategia militare, politica economica e iniziative diplomatiche passavano tutte per l’ufficio di Yermak. Era il suo cardinale grigio, il guardiano con cui tutti dovevano avere a che fare, piacesse o no. Le sue dimissioni ora sono il più pericoloso vuoto di potere da quand’è scoppiata la guerra. Ma possono essere anche un’opportunità. L’Ue ci chiede di soddisfare elevati standard di governance e trasparenza? Dimostrare che indaghiamo e puniamo anche ai livelli più alti? Rispondiamo a queste richieste, allora. Perché siamo di fronte a una prova: dimostrare che le dimissioni di Yermak sono un atto di responsabilità, non un segnale di caos».
E dunque, sotto a chi tocca. «Questa situazione indebolisce la posizione dell’Ucraina nei negoziati e la Russia senza dubbio sfrutterà questo scandalo», osserva un altro analista ucraino, Volodymyr Fesenko.
Nel giro di poche ore è possibile l’arrivo a Kiev del viceministro dell’Esercito Usa, Dan Driscoll.
E la prossima settimana, una delegazione americana sarà a Mosca, mentre Vladimir Putin annuncerà d’essere pronto a discutere una nuova bozza a Budapest, personalmente con Donald Trump.
Bisogna fare presto, a sostituire Yermak: la nuova squadra di Kiev ai negoziati potrebbe essere nominata già quest’oggi. Un triumvirato, si dice: Andrii Hnatov, capo delle forze armate, assieme al ministro degli Esteri, Andrii Sybiha, e al capo del Consiglio di sicurezza, Rustem Umerov (pure lui indagato nello scandalo energetico).
I militari puntano anche su Pavlo Palysa, un ex comandante di brigata che faceva da vice a Yermak, ma non c’è conferma d’un suo ruolo. Sarà evidentemente una soluzione temporanea, perché la poltrona richiede soggetti di profilo più alto: il primo ministro Yuliia Svyrydenko, il ministro per la Trasformazione digitale, Mykhailo Fedorov, il capo dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, il ministro della Difesa, Denys Shmyhal… La guerra per la successione è già cominciata e passa anche per il gradimento americano, oltre che europeo. «Quando tutta l’attenzione è concentrata sulla diplomazia e sulla difesa in una guerra – esorta all’unità Zelensky -, è necessaria la forza interiore. La Russia vuole che l’Ucraina commetta errori: non ci saranno errori da parte nostra».
Ali Babà e i suoi ladroni la pagheranno, se tali saranno giudicati: «Ma il nostro lavoro continua, la nostra lotta continua. Non abbiamo il diritto di ritirarci e di litigare tra di noi. Se perdiamo l’unità, rischiamo di perdere tutto: noi stessi, l’Ucraina, il nostro futuro. Dobbiamo unirci, dobbiamo resistere. Non abbiamo altra scelta. Non avremo un’altra Ucraina».
29 novembre 2025 ( modifica il 29 novembre 2025 | 06:47)
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