di Cristiana Allievi
Il grande attore inglese interpreta ne “L’ombra del corvo” un padre rimasto improvvisamente vedovo con due bambini da crescere: «.Si guarisce, in parte, quando capisci che nessuno di noi ha il controllo»
A Benedict Cumberbatch non piace mettersi troppo a nudo. E da tempo, ha detto lui stesso, non tratta più le interviste come sedute di terapia. Ma ci sono situazioni in cui anche le resistenze britanniche cedono. Succede parlando di una delle sue performance più emotive, quella che ci regala in L’ombra del corvo di Dylan Southern, presentato alla Berlinale lo scorso febbraio e nei cinema dall’11 dicembre (Adler Entertainment).
Lo incontriamo in due riprese. A Berlino, nel gelo invernale, dove arriva dopo un tragitto “letto-macchina-aereo-hotel” raccontato con quella voce baritonale che lo rende shakespeariano a priori. Poi a Zurigo, raggiante perché in arrivo dal concerto degli Oasis. «Eravamo in molti, c’era anche Claire Foy… Avrò dormito tre ore, se mi addormento la colpa è di Noel e Liam». Ma è tutta scena: in un attimo Benedict si immerge nel racconto ispirato al romanzo di Max Porter Il dolore è una cosa con le piume (Guanda). Figlio di due attori dalla lunga carriera, Cumberbatch è passato per la Harrow School – la stessa dove studiarono Churchill e generazioni della élite britannica. Presto sono arrivati ruoli straordinari, iconici. E con questi una visibilità massiccia: nel 2010 Sherlock (Holmes; ndr), sei anni dopo Doctor Strange, franchise dai budget stellari (a proposito, il suo personaggio tornerà nel 2027). Ha usato la fama per regalarsi the ultimate luxury: progetti piccoli, intimi, preziosi.
Come L’ombra del corvo, prodotto dalla sua SunnyMarch, racconto di un padre che, dopo l’improvvisa morte della moglie, si trova a misurarsi con un lutto devastante e due figli piccoli da tenere insieme. A irrompere nella loro casa è un corvo, guida feroce e parlante, che li indirizza – a modo suo – dentro l’elaborazione del dolore. Quella di Cumberbatch, accanto ai giovanissimi esordienti Henry e Richard Boxall, è un’interpretazione intensissima.
So che ha accettato subito quando le è arrivata la sceneggiatura di L’ombra del corvo, e immagino che sulla scrivania abbia pile di copioni…
«Ero un grande fan del romanzo, quando l’ho letto l’ho trovato stilisticamente audace, autentico e sorprendentemente cinematografico: nella mia testa era già un film. Avevo visto anche l’adattamento teatrale».
Con Cillian Murphy.
«A teatro lui diventava il Corvo, ed era bellissimo. Invece qui la presenza continua dell’animale e il ruolo molto più centrale dei bambini portano sullo schermo più carne rispetto al libro. La sceneggiatura era una trasposizione straordinaria, qualcosa di davvero autonomo».
Dylan Southern è un documentarista, questo è il suo esordio alla regia di un lungometraggio di finzione: cosa l’ha portata a fidarsi del fatto che sarebbe stato capace di guidarla?
«Abbiamo discusso su come lavorare e come immaginava di dirigere un attore, piuttosto che osservare un personaggio reale di un documentario. È stato un processo bello e molto viscerale».
Il film illumina il lutto maschile: la manda in depressione rimanere a lungo in quello stato mentale?
«Per me è molto catartico, mi trovo in quello stato per raccontare una storia. Tutti, prima o poi, sperimentiamo il lutto nella nostra vita e a 48 anni (nel frattempo, il 19 luglio scorso, ne ha compiuti 49; ndr) ne ho già avuto la mia dose. Non ci sprofondo dentro ma non è un territorio estraneo in cui muovermi».
Il corvo aiuta il suo personaggio a elaborare il lutto e aiuta lei a liberarsi da una “sensibilità britannica”.
«Si riferisce alla danza voodoo in cui mi ha visto impegnato?».
Sembra tirarle fuori l’anima dal cranio, sulle note di Feast of the Mau-Mau di Screamin’ Jay Hawkins.
«Ecco cosa può fare con me, è il burattinaio e io sono il burattino! È un miglior amico, uno scriba, una specie di Mary Poppins terrificante… O un gentiluomo psicotico alla Ben Kingsley in Sexy Beast – L’ultimo colpo della bestia. Mi sono lasciato andare ed è stato un bellissimo modo di uscire dalla costipazione emotiva e dalla rigidità di quel padre».
Sembra una manifestazione di pensieri e sentimenti del subconscio…
«Oggi si usa molto questo tipo di linguaggio, è il momento di Jung se pensa che ci sono almeno quattro film simili in giro. Quando guardi davvero in faccia il lutto, il realismo si mescola a una dimensione onirica, fantastica e orrorifica. Ci sono i “ricordi bomba”, le dissociazioni, il pensiero magico, tutto coesiste».
Un modo ambizioso di restituire complessità.
«Abbiamo già visto padri che non riescono a lavare i piatti o che si distraggono al caffè. Questo film è più coraggioso, è come quando colori completamente un disegno, porti in superficie ciò che stava sotto».
«A volte mi arrabbio anch’io come il padre del film, specie in auto: lì divento tremendo, entro in una bolla di pretesa superiorità»
Ha riflettuto sul dolore?
«Non è qualcosa che si mette a posto da solo, resta sempre lì in una forma o in un’altra. Parte della guarigione sta nell’idea che nessuno di noi ha il controllo, e arrendersi a questo è incredibilmente liberatorio. Quando lo fai, cominci a vedere le cose per ciò che sono e a capire cosa conta davvero e da cosa, invece, ci lasciamo intrappolare».
Ha ponderato bene anche cosa significhi “guarire”?
«Per quanto sembri strano, attraversare stati emotivi profondi è di per sé una forma di guarigione. Noi attori siamo narratori, il nostro compito è mostrare la vita di tutti i giorni ma anche gli aspetti più estremi della condizione umana».
Il suo personaggio esprime la rabbia dipingendo con una certa furia, lei come libera la sua emotività?
«A volte mi arrabbio anch’io, specialmente in macchina. Le macchine sono tremende: io divento tremendo in macchina!».
Come diventa tremendo, lei?
«Entro in quella bolla di presunta superiorità: “Io ho ragione, l’altro ha torto…”».
C’è qualche ambito che tende ad evitare nelle sue scelte, perché diventa troppo personale?
«Sono sicuro che ci sia, ma non analizzo me stesso e le cose in quel modo. Di solito tendo a lanciarmi proprio verso ciò che mi spaventa o che trovo difficile, quindi devo avere dei punti ciechi».
Recitare con i bambini è notoriamente difficile.
«Con Henry e Richard è stato come cercare di imbottigliare un fulmine! Si trattava innanzitutto di fare un po’ il genitore ma anche di essere un loro pari. Erano ossessionati da Doctor Strange, quindi ci siamo occupati di quello,. E poi di creare fiducia».
Mai stato preoccupato?
«Ero molto, molto spaventato riguardo ai due ragazzi, pensavo di non farcela. Altri, più coraggiosi di me, mi hanno detto: “Sarà straordinariamente vero”. Sono stati eccezionali, sono attori formati ma non avevano mai fatto un lavoro professionale. La cosa più straordinaria, lavorando con loro, è che quello che fanno dev’essere vero nel momento presente. E questo vale per la buona recitazione in generale».
Cosa le ricorda Sherlock oggi?
«La reazione immediata su Internet è stata la più forte che abbia mai ricevuto pur non avendola ricevuta dal vivo. Non avevo, e non ho tutt’ora un account su X. Ricordo di aver pensato “Oddio, adesso scenderanno persone dagli elicotteri con i flash accesi”. Mi aspettavo qualcosa che accadesse per strada, una sorta di effetto dal vivo, per strada».
Invece?
«E invece niente, ho incontrato solo un piccolo gatto ed è arrivato il mio taxi».
I film dai budget stellari della Marvel le permettono il lusso di fare cinema più sperimentale?
«Io e il mio socio Adam Ackland abbiamo fondato la SunnyMarch per produrre i tipi di film che ci piace vedere, quelli che ci hanno ispirato da ragazzi e con cui siamo cresciuti. Stanno nella fascia fra 9 e 20 milioni di euro, un budget sempre più difficile da finanziare. Ma ci stiamo allontanando anche dall’idea di avere grossi nomi nel cast per rendere possibile un film, il che è fantastico».
«Prima o poi vorrei interpretare Iago, il più geniale dei manipolatori: è un ruolo davvero grandioso con cui misurarsi»
Il mondo dei finanziamenti cinematografici è un terreno in continua evoluzione, anche per come le opere vengono distribuite.
«All’inizio il nostro obiettivo era proprio trovare storie o ispirazioni originali, e creare un ambiente di lavoro più accogliente rispetto a quelli che avevo sperimentato. Un luogo gioioso, dove troupe e creativi, da entrambe le parti della macchina da presa, potessero lavorare insieme. E mettere anche le donne in primo piano: in ufficio io e Adam siamo volutamente gli unici due uomini».
Quale sarà il suo prossimo film?
«Wife and dog di Guy Ritchie, un vero cambio di rotta. Guy ha un modo di lavorare molto riconoscibile e molto diverso da quello a cui sono abituato. Il film è davvero molto divertente: è ambientato nel mondo dell’aristocrazia britannica, ci sono anche Anthony Hopkins, James Norton, Pip Torrens e Rosamund Pike. Siamo un gruppo fantastico».
Esiste un ruolo che sogna ancora di interpretare?
«So che è una risposta noiosa, ma le direi Iago, il più geniale dei manipolatori. È ricchissimo di sottintesi, è un ruolo davvero grandioso con cui misurarsi».
CHI E’
La vita
Benedict Cumberbatch, 49 anni, è un londinese nato ad Hammersmith, quartiere di teatri lungo il Tamigi, quasi una premonizione sul futuro da attore. E attori sono anche i suoi genitori, Timothy Carlton (86 anni) e Wanda Ventham (90). Nel 2015 Cumberbatch (in basso in un’immagine da bambino) si è sposato con la regista teatrale, attrice e cantante Sophie Hunter, 47 anni, londinese come lui. Hanno tre figli: Christopher Carlton (10), Hal Auden (8) e Finn (6).
La carriera
Dopo aver debuttato in teatro a 13 anni con la compagnia della scuola interpretando Titania in Sogno di una notte di mezza estate, ha studiato Arte Drammatica all’Università di Manchester. L’esordio da attore di teatro è del 2001. Dopo un anno di serie tv, nel 2003 debutta al cinema in Uccidere il re di Mike Barker. Da allora ha partecipato a quasi 50 film con due candidature all’Oscar da protagonista: per The Imitation Game di Morten Tyldum nel 2015 e per Il potere del cane di Jane Campion nel 2022.
29 novembre 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA