Jeannette Byrne è una cantante e musicista irlandese. Nel 1980, a vent’anni, insegnava chitarra e canto al Grianán Training Centre di Dublino, che Sinéad frequentò dal settembre 1982 al giugno del 1983. Era un centro residenziale gestito da un ordine cattolico, che ospitava 14 ragazze adolescenti di diversa estrazione sociale, provenienti da situazioni familiari difficili.
«La responsabile del reparto mi chiese di insegnare musica alle ragazze. Mio padre comprò sei chitarre, ed è così che è iniziato tutto. La musica faceva anche da terapia. Ho conosciuto Sinéad quando visitò il centro. Aveva 15 anni, e non aveva mai cantato in pubblico. Una sera cantò Don’t Cry for Me Argentina (dal musical Evita, ndr), canzone che lei amava, e rimanemmo tutte a bocca aperta. È tuttora un grande privilegio per me essere stata tra i primi a sentirla cantare. Cominciò a suonare la chitarra usando una delle mie. Insieme poi comprammo la sua prima, la stessa con cui ha scritto gran parte del suo primo album».

«Le chiesi di cantare Evergreen di Barbra Streisand al mio matrimonio nel 1983. Fu straordinaria, e la gente cominciò a parlare di lei. C’era qualcosa di speciale nella sua voce. Non era studiata, era un dono, qualcosa che non avevamo mai sentito prima. Mio fratello Paul aveva fondato la band In Tua Nua, che aveva successo in Italia negli anni Ottanta. Fu colpito anche lui dalla voce di Sinéad e la voleva come cantante, ma era troppo giovane. Aveva provato a farle registrare il suo primo demo, ma non le fu permesso. Scrissero insieme la canzone Take My Hand».

«Ci tengo a sottolineare come Sinéad avesse solo vent’anni quando è diventata famosa. Come tutti i grandi artisti, possedeva delle qualità superiori, ma non tutti riescono a sopravvivere di fronte a tante pressioni. Quando uscì il suo primo album, mi invitò al debutto, all’Hammersmith di Londra. È stato come se una figlia avesse preso il volo. Lei fu incredibile, aveva ancora quell’ingenuità e vulnerabilità che la rendevano speciale. Non ho visto mai più qualcosa del genere».

«Per me, lei è sempre stata la mia piccola Sinéad, mai una star. A volte veniva a casa mia a sorpresa, e cenavamo insieme. Quando ho avuto il mio terzo figlio le ho detto che dormivo pochissimo. Si offrì di venire ad aiutarmi e a fare i turni di notte. Non la vedevo spesso perché facevamo vite diverse, e all’improvviso me la trovavo sulla soglia di casa. Con me si sentiva libera di essere sé stessa. Una volta mi disse di voler tornare a essere la bambina che cantava e suonava la chitarra. Era una cantante e un’artista dal talento rarissimo. Spero che venga ricordata innanzitutto per questo. Restano delle domande che non avranno mai risposte, ma alla fine quello che conta sono i ricordi dei momenti passati insieme. Le vorremo bene per sempre».

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