Cinquant’anni fa, spesso, le persone aspettavano a lungo, spesso troppo, prima di rivolgersi al medico, e i problemi di salute mentale e i bisogni educativi speciali erano sottovalutati. Negli anni è stato fatto molto lavoro per correggere gli errori del passato: oggi si cerca di arrivare prima possibile alle diagnosi, attraverso screening e campagne di sensibilizzazione, e molte malattie sono state ridefinite, per individuarle anche nelle forme più lievi o atipiche. Tutto questo è positivo, perché più persone possono venire aiutate. Il periodo della trascuratezza è finito.
Ma, forse, è cominciato quello della sovradiagnosi. Lo sostiene la dottoressa Suzanne O’Sullivan, neurologa irlandese che vive a Londra, nel suo nuovo libro Il paradosso della diagnosi (Tea). «Siamo arrivati al punto in cui difficoltà sempre più lievi vengono definite problemi medici, e questo è eccessivo: si rischia di trasformare persone sane in pazienti», ci spiega. «Abbiamo iniziato a trattare persone con forme talmente lievi da non aver davvero bisogno di cura».
Quali sono i principali rischi della sovradiagnosi?
«È importante fare una premessa: una sovradiagnosi non significa necessariamente che una diagnosi sia sbagliata o che una persona non stia soffrendo. Significa semplicemente che si è raggiunto un punto in cui la diagnosi può fare più male che bene. Ogni diagnosi porta con sé dei potenziali benefici: una spiegazione e, si spera, una cura. Ma comporta anche i rischi delle terapie e l’effetto psicologicamente invalidante di dire a qualcuno che c’è qualcosa di biologicamente sbagliato in lui. Se una persona crede di avere un problema medico, questo può rafforzare i sintomi e ostacolare la guarigione. La salute di una persona sovradiagnosticata può peggiorare per l’ansia inutile e per le cure eccessive. Ma la sovradiagnosi non danneggia solo l’individuo: danneggia tutti».
Perché?
«Diagnosticare forme sempre più lievi rischia di banalizzare il disturbo per chi ne soffre in modo grave e di dirottare risorse da chi ne ha più bisogno. Cercare problemi medici in persone asintomatiche è molto costoso per il sistema sanitario e questo incide sull’intera società, perché si consumano risorse essenziali che potrebbero essere impiegate meglio altrove».

Quali sono le situazioni in cui una diagnosi può diventare un problema più che una soluzione?
«Immaginiamo un adolescente che fatica a scuola: è timido e isolato, presta poca attenzione in classe e, di conseguenza, il suo rendimento scolastico è scarso. Non è raro che difficoltà di questo tipo vengano interpretate attraverso la lente di un disturbo neuroevolutivo, come l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) o l’autismo. Questo permette di chiedere e ottenere supporto aggiuntivo, il che è positivo. Ma che altro accade se le sue difficoltà vengono spiegate come frutto di un anomalo sviluppo cerebrale? Le cose che non riesce a fare bene possono sembrare insormontabili. Il ragazzo può iniziare a ridurre le sue aspettative su sé stesso e anche quelle degli altri nei suoi confronti. Il cervello di un adolescente è ancora in maturazione: considerare i suoi problemi come medici può impedirgli di superarli con il tempo. Non voglio dire che un adolescente come quello descritto non debba essere aiutato, ma piuttosto che dovremmo sostenere i bambini in difficoltà senza etichettarli».