Mauro Vegni traccia un bilancio della lunga carriera da direttore del Giro d’Italia, che volge al termine. Il 66enne nativo di Cetona si congederà con la presentazione del percorso 2026 della Corsa Rosa, in programma lunedì 1 dicembre a Roma, ultima edizione da lui supervisionata. Il suo ruolo in RCS Sport terminerà il prossimo febbraio, dopo quasi trent’anni nell’azienda, di cui è diventato il volto simbolo a livello di organizzazione delle corse. Vegni spiega che era giunto il momento di lasciare la guida e concedersi la meritata pensione, per passare più tempo insieme ai suoi cari. Al momento non sembra che il suo ruolo verrà sostituito da una figura analoga, ma piuttosto da una struttura articolata con responsabilità suddivise tra i membri più importanti del suo attuale staff.
“Penso di aver dato molto al Giro d’Italia e al ciclismo, ma ho anche ricevuto molto – le parole di Vegni a Cyclingnews – Lascerò RCS Sport e il ciclismo senza veri rimpianti, consapevole di aver sempre cercato di fare il meglio per il bene del ciclismo. Tutti hanno visto ciò che ho fatto; alcuni diranno che ho lavorato bene, altri diranno che non l’ho fatto. Ma io so cosa ho fatto e non mi interessa cosa pensano gli altri. Sono stato direttore del Giro e l’ho fatto con tutto il cuore. Ho dedicato la mia vita al Giro, questo dice tutto.”
Dopo aver iniziato al fianco di Franco Mealli, creatore della Tirreno-Adriatico, Vegni ha avuto un ruolo centrale nell’organizzazione dei Mondiali 1994, entrando poi in RCS quando la compagnia milanese ha comprato la Corsa dei Due Mari e le altre corse di proprietà. Diventato direttore del Giro nel 2012, succedendo a Michele Aquarone, nel corso degli anni è diventato una figura autorevole non solo per la Corsa Rosa, ma più in generale del ciclismo italiano, ricordando a molti la leggendaria figura di Vincenzo Torriani, organizzatore del Giro dal 1948 al 1993. Una figura da lui stesso citata, con la speranza anche di lasciare una simile eredità: “Sono stato direttore del Giro per 14 anni, ma ho avuto un ruolo chiave in un totale di 31 edizioni della corsa e di altre gare italiane. A parte Torriani, che era una leggenda dello sport, credo di essere quello che ha lavorato più a lungo per RCS e che ha gestito più edizioni del Giro”.
Ora è dunque giunto il momento di lasciare il suo incarico, pronto a farsi da parte senza interferire e restare in primo piano: “Odierei essere visto come qualcuno che si aggrappa al potere. Sarò felice se il mio staff riuscirà a fare ancora meglio di me, è questo il mio grande auspicio mentre lascio questo sport”.
La sua lunga esperienza ha permesso a Vegni di vedere tante diverse ere storiche del ciclismo e quella attuale avrebbe diverse problematiche, soprattutto per la mancanza di leadership e di responsabilità per la sicurezza: “I corridori non si rispettano più tra loro e non rispettano nemmeno le corse come una volta. Oggi è ‘Mors tua, vita mea’, un mondo spietato, con corridori che lottano per ogni posizione e per ogni punto UCI. Un tempo esisteva lo ‘sceriffo’ o patron del gruppo, come Francesco Moser, Bernhard Hinault o anche Vincenzo Nibali. Ora i corridori hanno paura di esporsi e non segnalano nemmeno più le buche in strada. La sicurezza è un enorme problema, soprattutto con le velocità più elevate e l’aumento degli ostacoli stradali. La velocità media dei Grandi Giri è passata da circa 38 km/h a 44 km/h. Tocca ai corridori proteggersi a vicenda, non possono solo lamentarsi e dare la colpa agli altri”.
Altro aspetto su cui bisognerebbe riflettere, secondo Vegni, è quello riguardante la visione del Giro da parte degli addetti ai lavori rispetto al Tour de France, che viene spesso maggiormente protetto: “Tutti hanno paura di criticare il Tour perché è così importante, ma sembra che a tutti piaccia attaccare il Giro. Non l’ho mai sopportato”. Ciò che invece accomuna tutti gli organizzatori è la necessità di trovare risorse economiche, che diventano sempre più cruciali per poter mantenere vivo l’interesse in questo sport: “Il ciclismo merita di essere uno sport molto più ricco, ma la coperta è sempre troppo corta. Se la tiriamo da una parte per dare più soldi a corridori e squadre, allora qualcun altro ne soffrirà, inclusi gli organizzatori e i tifosi. Dobbiamo generare più risorse per tutti”.
Ripercorrendo i tanti anni alla guida del Giro, Vegni sottolinea come ci sia sempre stata la volontà di portare innovazione nel percorso: “È difficile sapere da dove cominciare. Direi che sono particolarmente orgoglioso di alcune delle speciali Grandi Partenze che siamo riusciti a organizzare, come a Belfast, in Israele e anche in Sardegna. Affrontare le salite iconiche è sempre speciale, come lo è vedere il Giro transitare nel centro di una grande città come Napoli o Roma. Non abbiamo mai avuto paura di innovare, e così il Giro ha scalato la strada sterrata del Colle delle Finestre, abbiamo creato la Strade Bianche e inserito tratti di sterrato nel Giro. A volte ci assumiamo dei rischi e a volte le idee non funzionano, ma ne vale sempre la pena quando aggiungiamo qualcosa di nuovo al Giro.”
Nella memoria di molti tifosi restano anche gli scontri istituzionali tra Vegni, come responsabile degli organizzatori, e i portavoce dell’associazione dei corridori, in particolare Adam Hansen. Tuttavia la prospettiva si ribalta, quando i ciclisti passano dalla strada agli uffici e si rendono conto di come sia difficile gestire una corsa: “Purtroppo, tutti danno la colpa al direttore e agli organizzatori quando qualcosa va storto in corsa. I tifosi ce l’hanno con noi, i corridori prendono sempre di mira noi, e i media ci criticano, ma pochi comprendono davvero cosa facciamo e quanto sia complesso e impegnativo organizzare una grande corsa. Quando i corridori vengono a lavorare per RCS dopo il ritiro, rimangono sempre scioccati dalla mole di lavoro e da quanto sia complicato organizzare grandi eventi, soprattutto in Italia, con tutta la burocrazia e la politica“.
