di
Luigi Ippolito
Il libro-choc: la cifra supera quella delle altre monarchie europee messe insieme
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – Cari, carissimi reali: è quanto avranno da pensare i sudditi di sua maestà Carlo III, visto che la monarchia britannica risulta di gran lunga la più costosa d’Europa. A fare i conti in tasca ai Windsor è un libro, uscito a Londra in questi giorni, che si intitola «Royal Mint, National Debt» (Conio reale, debito nazionale), scritto da Norman Baker, autore di proclamata fede repubblicana. Ma al di là delle convinzioni personali, le cifre snocciolate nel volume faranno sicuramente riflettere i contribuenti britannici, stretti fra carovita e tasse salate. Nell’anno in corso, ha calcolato Baker, i reali britannici sono costati all’erario l’equivalente di circa 150 milioni di euro, una cifra che fa apparire come spiccioli le spese delle altre teste coronate europee: in Olanda, la seconda monarchia più costosa, i reali gravano per circa 55 milioni, belgi, svedesi e danesi stanno fra i 10 e i 15 milioni mentre i parchi spagnoli si fermano a 8,5. È vero che la contabilità delle famiglie regnanti è tenuta in maniera diversa da Paese a Paese: per esempio, nei costi olandesi non sono incluse le spese di mantenimento dei palazzi e delle visite, così come a Madrid i ministeri si accollano direttamente tutta una serie di costi, per cui gli oneri di quelle casate potrebbero essere sottostimati di parecchio.
Dall’altro lato, secondo i repubblicani d’Oltremanica, quei 150 milioni di Carlo e famiglia rappresenterebbero solo la punta dell’iceberg: aggiungendo le spese per la sicurezza e tutta una serie di altre voci, il vero costo della monarchia britannica sarebbe piuttosto vicino ai 600 milioni di euro all’anno.

Il paradosso è che gli introiti dei Windsor sono schizzati verso l’alto solo in tempi recenti: fino al 2011 i reali britannici godevano solo di un appannaggio che, in quell’ultimo anno, aveva superato di poco i 9 milioni di euro. Aggiungendo i trasporti, non si andava oltre i 35 milioni. Quello dell’appannaggio fisso era un sistema in vigore fin dal 1760, quando re Giorgio III, finito in bancarotta, consegnò allo Stato i possedimenti della Corona, in cambio di uno stipendio: ma dal 2011 si è stabilito che, invece dell’appannaggio, la famiglia reale riceva una quota dei profitti generati dai possedimenti della Corona, che appartengono nominalmente al re ma sono di fatto beni demaniali.
Solo quest’anno quei profitti sono aumentati del 53% rispetto all’anno precedente: e così si spiegano quei 150 milioni. Tutto questo mentre i ranghi della famiglia reale si sono progressivamente ristretti: dopo la morte di Elisabetta e Filippo, la fuga in California di Harry e Meghan e la caduta in disgrazia di Andrea, i «working royals», cioè quelli in servizio effettivo, sono rimasti solo 11. Ciò corrisponde al desiderio di Carlo di avere una monarchia «snellita» (anche se ormai rischia di apparire più che altro sguarnita): tuttavia allo sfoltimento dei ranghi non è corrisposta una razionalizzazione dei costi, anzi.
Il problema è che mentre quelle europee sono ormai case reali «borghesi», quella britannica è l’ultima monarchia imperiale, sopravvissuta ai crolli della Prima guerra mondiale – dall’Impero asburgico a quello guglielmino a quello zarista – e convinta tuttora di avere diritto a tutta la pompa immaginabile.
Di fronte a quelle cifre, la domanda che molti si pongono è: ha ancora senso mantenere i reali in tutto questo lusso? Ed è una domanda che va ad aggiungersi a quelle sul senso stesso della monarchia: che dopo tutti gli scandali, da Harry a Andrea, qui comincia a circolare con sempre più insistenza.
29 novembre 2025 ( modifica il 29 novembre 2025 | 11:32)
© RIPRODUZIONE RISERVATA