Anche Wout Van Aert parla del modello di business del ciclismo e non nasconde una certa preoccupazione. Questa stagione ha visto l’addio di ben tre squadre professionistiche: tra le Professional, la Wagner Bazin WB ha chiuso i battenti per mancanza di fondi, e lo stesso è accaduto all’Arkéa-B&B Hotel a livello WorldTour, categoria nella quale la fusione tra la Intermarché e la Lotto, ormai praticamente ufficiale, ha di fatto cancellato un altro team dalla scena internazionale. Inevitabile quindi che il numero di posti di lavoro, sia per i corridori sia per lo staff, sia diminuito in maniera considerevole, riportando in auge il dibattito su quanto sia sostenibile un modello di business sportivo che per le squadre si regge (quasi) solo sugli introiti dello sponsor. E lo stesso corridore della Visma | Lease a Bike non nasconde qualche perplessità a riguardo.
In un’intervista a De Tijd il belga ha dichiarato: “Mi preoccupa quanto è fragile il nostro sport. Molte persone hanno perso il lavoro quest’inverno, sia corridori sia dirigenti. Penso che ci sarebbe meno fragilità se, oltre alle entrate derivanti dalle sponsorizzazioni, ci fossero anche entrate dallo sport stesso, tramite i diritti televisivi ad esempio. Almeno una squadra non fallisce immediatamente se uno sponsor scompare, come invece succede adesso”. Il tema della gestione degli introiti nel ciclismo è di grande attualità: ne abbiamo parlato con Filippo Pozzato di PP Sport Events, con Adriano Amici del GS Emilia e con Marco Selleri di ExtraGiro.
Di recente Wout Van Aert è stato negli Stati Uniti per un viaggio legato ad alcuni sponsor. L’esperienza negli USA gli ha permesso di vedere un modello diverso: “Quando vedo come l’NBA distribuisce il denaro a tutti, penso che il ciclismo possa imparare molto da questo modello. Nel ciclismo potremmo essere troppo concentrati sul fascino e sul popolare. Se chiedi cinque euro per il biglietto, ciò non significa che non sia più uno sport popolare. Anche il ciclocross richiede biglietti d’ingresso e non esiste uno sport più popolare. Gare come il Giro o il Tour esistono o muoiono grazie a noi, i corridori e le squadre che vengono a partecipare. Ma come squadra non riceviamo nemmeno un compenso sufficiente a coprire i costi di quella partecipazione. Mi sembra comunque un minimo. La torta può essere distribuita in modo più equo”.
Infine il belga fa un’analisi della situazione attuale: “Un piccolo cambiamento sta già avvenendo nel ciclismo. Ci sono sponsor dal Medio Oriente e aziende globali come la Lidl o la Red Bull. Più ce ne sono, meglio è. Certo, ci sono sponsor che possono dire: ecco 100 milioni, fatene quello che volete. Ma se andiamo avanti così, affrontiamo tutto allo stesso modo. Poi le squadre che stanno attraversando un periodo difficile non ne traggono ancora beneficio, quindi il divario non fa altro che ampliarsi. Riguarda l’intero modello di business”. Dette da uno dei protagonisti di questo sport, queste parole hanno una risonanza ancora maggiore.
