Si preannuncia essere un Consiglio europeo spinoso, quello del prossimo dicembre. Il dossier che crea più tensione è chiaramente quello ucraino, alla luce anche dei continui cambiamenti di forma del piano di pace statunitense. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen insiste sul fatto che “la questione del finanziamento dell’Ucraina, compreso l’utilizzo dei beni sovrani russi immobilizzati” deve essere un punto cruciale dei negoziati tra Usa, Ue, Ucraina e Russia. Di certo, è tra i nodi da sciogliere il 18 e 19 dicembre a Bruxelles. È una partita complicata: da un lato, l’UE vuole aumentare al massimo la pressione su Mosca e assicurare che la Russia paghi per l’aggressione militare illegale che da ormai quattro anni lacera il territorio ucraino, facendola contribuire con risorse proprie alla ricostruzione del Paese; dall’altro, le problematicità finanziarie e giuridiche ci sono.

Parliamo di oltre 200 miliardi di asset finanziari della Banca centrale russa che si trovano in Europa. Di questi, l’idea che gira da tempo in Europea è di usarne 140 miliardi per un prestito all’Ucraina. Ma Euroclear, che li detiene, in una lettera indirizzata a von der Leyen e al Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, ha usato toni tassativi, sostenendo che l’utilizzo degli asset russi implica “costi del debito più alti” per i Paesi membri dell’UE. In parole povere, un aumento degli spread dei titoli di Stato europei, e quindi un aumento dei costi di finanziamento per tutta l’Eurozona che di certo allontanerebbe gli investitori stranieri. Non solo, si legge nel testo poi, del rischio di creare un precedente. Chi può assicurare, poi, che la Russia non risponda con delle contromisure? O ancora, che il resto del mondo non riconosca in tale mossa una confisca? Sinora – nella cornice del prestito del G7 – l’UE ha utilizzato i profitti generati dai beni congelati russi. Ora si tratterebbe, invece, di usare direttamente il capitale, non gli interessi.

Un passo forse più lungo della gamba, ma non un sequestro, visto che gli asset resterebbero bloccati fin tanto che la Russia non ripaga i danni di guerra. Per una misura sanzionatoria del genere occorre l’unanimità e il Belgio, segue a ruota anche l’Ungheria, già fa muro. L’Italia, anche se in linea di principio favorevole, resta cauta. È “necessario rispettare il diritto internazionale e il principio di legalità” ma anche “tutelare la stabilità finanziaria e monetaria delle nostre economie”, questi alcuni concetti più volte sottolineati dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nel frattempo, l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Kaja Kallas incalza: più sanzioni, più sostegno finanziario a Kiev e, sui beni russi in congelatore, fondamentale “dare un messaggio a Mosca e decidere rapidamente”.

Al di là dei tecnicismi, il groviglio da sciogliere è politico. L’Unione europea ha, dall’inizio della guerra, compiuto sforzi senza precedenti per sostenere Kiev e la sua sacrosanta libertà. La sicurezza dell’Ucraina è parte integrante della sicurezza europea, e l’UE è disposta a finanziare la sua ripresa. Certo, sarebbe però incomprensibile, vedere la Russia – l’aggressore – aggirare il sistema e non contribuire concretamente alla ricostruzione. Incomprensibile sì, e anche uno schiaffo alla pace giusta di cui l’UE è da sempre promotore. La questione degli asset russi congelati, quindi, è una prova di coerenza, più di quanto sembri.

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Redazione