Stati Uniti, Russia, Ucraina: il grande gioco del conflitto in Est Europa si gioca attorno all’interazione tra la Casa Bianca di Donald Trump e i due belligeranti. Nel frattempo, l’Europa cerca di capire le linee di tendenza della sua sicurezza e le sfide strategiche che la attendono. Come sarà la Russia e come sarà l’Europa se il cessate il fuoco sul discusso piano Trump si concretizzerà? Ne parliamo con un esperto di scenari globali, il professor Alberto Pagani. 

Pagani, studioso di intelligence e questioni securitarie, ha la titolarità di un corso sul Terrorismo internazionale presso la sede ravennate delll’Università di Bologna è stato deputato dal 2013 al 2022 e capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Difesa alla Camera nella XVIII Legislatura. Con lui discutiamo dei trend strategici che l’evoluzione in Ucraina può aprire.

alberto paganiAlberto Pagani

Nel contesto della guerra in Ucraina, quanto è realistico pensare a una pace che sia davvero stabile e non una semplice “tregua congelata”?

“Non possiamo saperlo senza andare a vedere le carte, ma dobbiamo mettere in conto anche l’ipotesi che Putin stia giocando con noi, con le nostre iniziative di pace e la nostra opinione pubblica. Un leader russo è normale che ragioni seguendo la dottrina diplomatica della scuola di Pietroburgo e della lunga e complessa tradizione diplomatica imperiale russa, basata sulla ricerca dell’influenza geopolitica, e non su quella occidentale westfaliana, che interpreta l’ordine mondiale come un sistema internazionale fondato sul riconoscimento della sovranità di Stati indipendenti e di regole condivise. Guardiamo la stessa realtà da due prospettive opposte e vediamo quindi cose diverse. La Russia pensa di avere il diritto di prendersi ciò che ritiene che le appartenga, e quindi potrebbe fermarsi ora per ragioni tattiche, ma poi ricominciare da capo in un secondo momento”.

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La capacità russa di proiettare potenza — militare, energetica, informativa — sarà più forte o più debole dopo questa guerra?

“Temo che sarà più forte, purtroppo. Al momento, che si concluda o meno un accordo di pace, sicuramente non è in campo l’ipotesi di un ripiegamento russo dalle posizioni conquistate sul campo di battaglia, e quindi di una rinuncia ai territori occupati, che le offrono sia vantaggi ed opportunità sul piano energetico e militare, che argomenti rafforzativi della sua narrazione. Inoltre, il potenziamento militare è un programma politico che la Russia sta già implementando, con il reclutamento di tanti nuovi soldati e con il potenziamento dell’industria della Difesa, in un’economia di guerra. Per noi europei tutto questo rappresenta una minaccia oggettiva”.

Che prospettive potrebbero riservare gli scenari securitari in Europa orientale tra campo atlantico e Russia dopo la fine del conflitto?

“Che ci piaccia o no siamo tornati a confrontarci come ai tempi della Guerra Fredda, e conviene prenderne atto. Dunque, per identificare le vulnerabilità, bisogna analizzare gli interessi strategici e le priorità dell’avversario. Allora partiamo dal fatto che la diplomazia russa si è sempre focalizzata sul bilanciamento delle potenze europee, per proteggere gli interessi imperiali, intervenendo in coalizioni e trattati per prevenire l’egemonia di una singola potenza. Per questo, e non per inesistenti ragioni militari, la Russia vede l’Europa unita come una minaccia, e cerca in ogni modo di disgregare l’Unione Europea. Ecco perché non ci sono alternativa all’autonomia strategica e all’Europa della Difesa, che presuppone anche una Politica Estera Europea. Solo così la NATO potrà contare su un solido pilastro europeo, capace di proteggersi anche da solo, senza avere necessariamente bisogno dell’aiuto americano”.

Quali sono le principali vulnerabilità strutturali della sicurezza europea nel prossimo decennio e come risolverle alla luce del precedente ucraino?

“Se pensiamo solo al precedente ucraino ci concentriamo sulla difesa di terra, dello spazio aereo e della dimensione cyber, che sono quelle evidenti in quel teatro, e sono certamente fondamentali. Però non dobbiamo commettere l’errore di dimenticare la storica e ossessiva ricerca russa di porti liberi dai ghiacci, e l’espansione per assicurarsi l’accesso a mari caldi, come il Mar Nero e il Baltico, ed indirettamente anche il Mediterraneo, attraverso gli accordi con la Siria ed alcuni Paesi del Nord Africa. Questo è sempre stato un elemento fondamentale e costante della strategia russa, per secoli, e continuerà ad esserlo. Le nostre vulnerabilità principali sono dunque, a mio parere, sia le capacità militari per la difesa del territorio, che tutti vedono, che la nostra capacità di rafforzare l’unità politica dell’Europa, costantemente attaccata dalla guerra cognitiva russa, e di controllare realmente i nostri mari, sopra e sotto la superficie. Questi ultimi aspetti temo che ci stiano un po’ sfuggendo”.

Che evoluzioni, infine, dobbiamo attenderci dall’asse transatlantico nel prosieguo dell’era Trump?

“Io vedo Trump come un abile giocatore di poker, che bluffa e rialza la posta in continuazione per massimizzare la sua vincita. Può anche essere un gioco molto remunerativo nell’immediato, ma è miope e pericoloso nel medio e lungo periodo, perché se stressi troppo gli altri giocatori, all’interno dell’alleanza, rischi che poi qualcuno decida di alzarsi ed abbandonare il tavolo. Ogni Paese della NATO deve fare i conti con la propria opinione pubblica, influenzata anche dalla disinformazione russa, che nelle democrazie liberali non viene censurata per principio. Se gli Stati Uniti tirano troppo la corda con gli alleati, trattandoli come parassiti o subalterni, imponendo obiettivi troppo onerosi, dazi doganali e condizioni che possono apparire punitive, poi favoriscono l’affermazione delle forze politiche anti sistema, che sicuramente non consolidano l’Allenaza Atlantica. A volte è più intelligente rinunciare a un uovo oggi per assicurarsi che la gallina che fa le uova ci sia anche domani”.