Facilmente accessibili. E pronte all’uso. Non potranno mai sostituire il colloquio con il medico o lo psicologo, ma secondo le prime evidenze possono aiutare chi deve fare i conti con sintomi occasionali legati all’ansia o allo stress. E magari possono rivelarsi utili quando l’umore si fa cupo e quando l’insonnia diventa difficile da affrontare.

Stiamo parlando delle applicazioni di meditazione per tablet o smartphone, sempre più diffuse. Capirne completamente i vantaggi ed utilizzarle al meglio, ricordando anche i possibili effetti indesiderati, è però fondamentale. Ad aiutare in questo percorso arriva ora una sorta di revisione sulle app di meditazione, apparsa su American Psychologist e coordinata da J. David Creswell, dell’Università Carnegie Mellon.

A chi servono

Sono disponibili migliaia di app di meditazione disponibili in tutto il mondo. Se si va a vedere la classifica, poi, si scopre che le prime dieci della graduatoria sono state scaricate più di 300 milioni di volte, per un mercato estremamente ampio.

Sul fronte della ricerca, ci sono studi che mostrano come anche un impiego breve, e magari occasionale, può comunque rivelarsi d’aiuto per favorire un calo di depressione, ansia e stress, oltre che per migliorare le difficoltà d’addormentamento, al miglioramento dei sintomi dell’insonnia. Negli ultimi tempi, poi, l’integrazione di queste applicazioni con altre che aiutano a monitorare parametri fisici appare di grande interesse per valutare la risposta ai trattamenti.

Come riportano gli esperti, in combinazione con prodotti che misurano la frequenza cardiaca e i ritmi del sonno, come Fitbit e Apple Watch, le app di meditazione possono (e soprattutto potranno) integrare dati biometrici nelle pratiche di meditazione. Insomma: le app di meditazione stanno cambiando radicalmente il modo in cui queste pratiche vengono distribuite al grande pubblico.

Studi scientifici sui modelli di utilizzo mostrano che le app di meditazione rappresentano il 96% degli utenti totali nel mercato delle app per la salute mentale. Le app di meditazione quindi sfidano gli utenti ad allenare la mente, con piccole dosi iniziali. Come per la formazione alla meditazione di persona, queste App possono dare risultati anche con partecipazione non proprio elevatissima.

Stando a quanto riporta l’analisi della ricerca, dopo corsi introduttivi mirati, bastano dai 10 ai 21 minuti di esercizi di meditazione eseguiti tre volte a settimana per vedere risultati misurabili. Insomma: si tratta di un impegno diverso rispetto alle pratiche quotidiane di meditazione. Lo stesso Creswell, in una nota dell’ateneo, indica come “questo sia molto diverso dalla pratica di meditazione quotidiana che si potrebbe ottenere in un programma di meditazione di gruppo in presenza, che potrebbe durare dai 30 ai 45 minuti al giorno”. Con queste App, sono sempre parole dell’esperto, magari anche stando in coda attenendo una consumazioni si possono sfruttare anche i soli tre minuti per un breve allenamento di mindfulness di verifica.

Come usarle al meglio

Con la continua evoluzione delle app di meditazione, Creswell ritiene che l’integrazione dell’intelligenza artificiale, come ichatbot che guidano la meditazione, diventerà sempre più comune, offrendo la possibilità di una personalizzazione ancora maggiore. Questo potrebbe segnare un’importante evoluzione per l’adozione della meditazione in generale, poiché le offerte passeranno da lezioni di gruppo standardizzate a sessioni di formazione personalizzate.

Certo non si nascono le difficoltà dell’impiego di questi strumenti. Ad esempio, secondo quanto riporta lo studioso “il 95% dei partecipanti che scaricano un’app di meditazione non la utilizza dopo 30 giorni”. Insomma ci si stufa presto. E sarà sempre più importante trovare il modo di mantenere coinvolti i propri utenti.

Di certo c’è che la domanda è destinata a crescere, visto che stress, ansia e situazioni di solitudine sono sempre più diffusi. Pur se non potranno sostituire gli operatori, queste app possono quindi rappresentare un aiuto.

Vista la delicatezza della tematica, infine, una raccomandazione. Tecnicamente da noi ogni volta che installiamo una nuova app sul nostro cellulare e su un qualsiasi altro device siamo obbligati a dare il consenso per l’utilizzo dei nostri dati personali, pena non poter attivare alcune funzionalità dei quell’app.

Il contratto per la privacy che si sottoscrive nell’occasione include la possibilità di conservare quei dati da parte dell’utilizzatore. Un uso accorto delle app, anche impiegando sistemi che minimizzino la concessione di uso dei dati da parte del gestore, può aiutare. Anche se magari si rischia di perdere qualche opportunità in termini di “ingaggio” per le app, come la “competizione” con altri o le possibilità di impiegare alcune opzioni.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.