Architetto Dalla Mora, come sta?
«Sto bene, anche se sono letteralmente travolto dagli eventi. Ci sono cose che non possono più aspettare: la società sta cambiando, e la figura del Disability Manager deve evolvere con la stessa velocità».

Lei è stato il primo a «importare» questa figura in Italia. Come è nata la sua visione?
«All’estero il Disability Manager esisteva, ma in forme molto limitate: in Canada era focalizzato sull’inserimento lavorativo, in Germania sulla tutela legale-assicurativa. Io ho sentito la necessità di creare una figura multidisciplinare, capace di operare nei musei, negli ospedali, negli enti locali, nel turismo, nelle scuole… Ovunque ci siano barriere – fisiche, comunicative o culturali».

Che cos’è, allora, un Disability Manager oggi?
«Un facilitatore, una persona che permette a chi ha una disabilità di vivere una vita il più possibile autonoma. Non si parla solo di lavoro: si parla di mobilità, servizi, comunicazione, progettazione universale. È un ruolo che richiede visione, creatività, pensiero laterale. Non basta compilare moduli: bisogna creare».

Lei parla spesso dell’importanza dell’ambiente. Perché?
«Perché l’ambiente determina la vita di una persona con disabilità. Prenda due gemelli: stessa condizione, stessa patologia. Uno vive al piano terra senza barriere, l’altro al primo piano senza ascensore. Il primo è libero, l’altro è prigioniero. La disabilità non è solo nella persona: è nel contesto».

Negli anni è cambiato anche il linguaggio. Quanto pesa?
«Tantissimo. Fino a fine Novecento si parlava di mutilati, invalidi, menomati. Negli anni Sessanta e Settanta di handicappati. Negli anni Ottanta di diversamente abili. Oggi diciamo persone con disabilità, e questa scelta mette al centro l’essere umano, non la sua condizione. Il linguaggio costruisce la cultura. E la cultura cambia la qualità della vita».

È per questo che la progettazione oggi non è più «per disabili», ma universale?
«Esatto. Fino a vent’anni fa si facevano bagni “per disabili”, separati. Oggi un ambiente dev’essere per tutti: una madre con passeggino, un anziano che fatica a deambulare, un bambino, una persona con disabilità. Inclusione significa creare pari opportunità per tutti, non progettare stanze speciali per pochi».

Lei vive una disabilità motoria progressiva. Quanto ha inciso nel suo lavoro?
«Sono nato con questa disabilità. Sono in carrozzina da ventun anni. La mia vita è un adattamento continuo. Mi dico sempre: se avessi avuto, da ragazzo, ciò che oggi contribuisco a creare, sarebbe stato un paradiso. Ma questa esperienza mi ha insegnato a guardare oltre la mia condizione: alle volte devo ricordarmi io stesso di avere una carrozzina».

Da dove nasce l’idea dei suoi «Quaderni»?
«Dal mio modo di lavorare. Io ho sempre preso appunti, per me e per gli altri. Li ho chiamati Quaderni perché sono strumenti pratici, immediati, utili. Servono a dare risposte concrete a chi cerca soluzioni reali. E il prossimo, quello sugli accomodamenti ragionevoli, uscirà a inizio 2026».