Quando dipinge Nevicata, una tempera su cartone del 1913, Felice Casorati ha trent’anni, essendo nato il 4 dicembre 1883. Giunto due anni prima a Verona, il 10 febbraio sale in Lessinia e, prima di imboccare i sentieri, da Bosco Chiesanuova spedisce una cartolina a Ersilla Guadagnini, sua fedele confidente: “Sono qui al gelo, in cerca di neve. Chi sa, le emozioni nuove mi decideranno al lavoro…”. Marcandone i contorni, i venti della Secessione ora influenzavano la sua pittura. Questo accadde, probabilmente, dopo aver visitato l’omaggio che la Biennale di Venezia del 1910 aveva tributato a Klimt.
Un punto di contatto insolitamente evidente per Casorati: “Non ho mai potuto, non ho mai saputo accettare passivamente le esperienze fatte da altri, anche quando questi altri avevano tutta la mia ammirazione”. Eppure, osservando oggi quest’opera, replicata dall’artista in più varianti, il collegamento diviene ancor più diretto nel momento in cui la si confronta col Bosco di Faggi dipinto da Klimt una decina di anni prima. Quasi fosse uno spartito musicale, entrambi scelgono di raffigurare una fitta faggeta, all’interno della quale la ritmata verticalità degli esili tronchi produce una sequenza di note chiaroscurali, calibrate e armoniose. Sia in Klimt che in Casorati, la luce penetra tra la vegetazione dal cielo, collocato nella striscia alta del dipinto.
Il rapporto tra Casorati e il paesaggio non si può dire continuativo, ma neppure episodico. Se figure e nature morte, come sappiamo, ne hanno caratterizzato la ricerca espressiva, quando affronta il tema del paesaggio egli individua e ripropone una serie di scorci prospettici non meno calibrati e definiti. Sono stanze di paesaggio: “La mia pittura nasce dall’interno e mai trova origine dalla mutevole impressione”. Ammirato e, al contempo, guardato con sospetto, dipinge dunque la natura dopo averla ridisegnata con la mente.
Questo si verifica anche quando, in alcuni casi, pare allentare la presa, come tra le bellissime pendenze del Paesaggio toscano del 1924. Al languore romantico e a tutto ciò che è transitante, preferisce il ragionamento. Non a caso mal sopporta anche i futuristi: “Proclamano la necessità di dipingere il movimento affannoso e vorticoso della vita moderna. Io invece vorrei saper proclamare la dolcezza di voler fissare sulla tela le anime estatiche e ferme, le cose mute e immobili, gli sguardi lunghi”.
Nel 1939, assieme ad Argan e a Longhi, è chiamato a far parte della giuria del prestigioso Premio Bergamo: tema proposto il Paesaggio italiano. In quell’occasione Casorati espose fuori concorso.

Era nato a Novara (morirà a Torino nel 1963), ma Novara non fu la sua città. Così come non lo furono Milano, Reggio Emilia, Sassari, luoghi nei quali suo padre, militare di carriera, veniva periodicamente trasferito. A Padova (1906) iniziò a prendere seriamente confidenza con i pennelli nello studio di Giovanni Vianello, accanto a Mario Cavaglieri. Questo avvenne dopo che i medici gli avevano consigliato di abbandonare la musica, sua prima passione: “La musica mi aveva attratto irresistibilmente fin da fanciullo. La studiavo con perdizione, esaurendo, in pochi anni, le scarse risorse fisiche di cui il mio gracile organismo disponeva, così che verso i quindici anni fui pressoché abbattuto da una grave malattia nervosa”.
Dal 1907 al 1911 poi un lungo salto lo porterà a Napoli, città che non riuscirà ad amare, scheggiata in ogni dove da una luce che percepiva inutilmente inebriante e festosa, incompatibile con il suo animo malinconico: “Io sono stanco di Napoli, che non mi può commuovere, sono stanco di questi paesi troppo ridenti, troppo pittoreschi, troppo scenografici. Vorrei trovare un poco di calma… orizzonti più velati, cose e figure che più che agli occhi parlassero al cuore”. Comunque, oltre a passare intere giornate stordito tra i capolavori del Museo di Capodimonte, ai piedi del Vesuvio dipingerà i suoi primi quadri importanti, ancora legati alla tradizione, immersi in un’atmosfera fatta di toni bruni, bituminosi, così da rischiarare la scena nel grigiore di un fuoco senza fiamma.

Arriva il 1911 e l’ufficiale Casorati comunica alla famiglia (Felice avrà due amate sorelle, modelle in alcuni celebri dipinti) che era nuovamente arrivato il momento di riempire i bauli. Notizia che il figlio accolse con grande entusiasmo. Verona! Così vicina alla Venezia di Ca’ Pesaro, sede espositiva ambita da ogni giovane artista, vigilata e “protetta”, in qualità di direttore, da Nino Barbantini. In quelle sale farà la sua prima mostra, vedrà opere importanti e vi incontrerà Gino Rossi e Arturo Martini.
La sua vena saturnina, ora meno pressante, lo accompagna fino alla porta d’ingresso dello studio in Piazza Bra’, lo si capisce dalle sue stesse parole: “Verona è molto bella, di una bellezza fine e delicata, fatta di cose nobili e squisite, semplice come una pietra grigia che fulge mitemente, ma è anche molto molto triste sotto un cielo di piombo che mai si rischiara, sotto una pioggia minuta gelida continua”. Neppure qui incontrerà una luce in grado di “scolpire il pensiero” e che chiede solo di manifestarsi. Non pochi suoi contemporanei giudicarono negativamente quelle atmosfere, definendole “antimpressioniste” e innaturali. In modo diverso la pensava Casorati, ovviamente, ritenendole necessarie per rafforzare la propria poetica: “Senza finzione è impossibile pensare, ed io aggiungo che senza finzione è impossibile poetare, ed è impossibile dipingere”.

A Verona, questo è sicuro, incontrerà nuovi stimoli, stringerà nuove amicizie, fonderà persino una piccola rivista (La Via Lattea). Inoltre, a differenza di Napoli, Verona diverrà un prezioso punto di osservazione per cogliere quanto altrove stava accadendo: elabora e dipinge, senza fare il verso ai grandi movimenti europei.
Sin tanto che un dolorosissimo episodio ne segna la biografia: il 16 maggio 1915 è chiamato alle armi. Passano due anni e nel settembre del ’17 gli viene comunicata la notizia del suicidio del padre. Rientrato precipitosamente in famiglia, dopo aver accompagnato la madre da alcuni parenti a Vercelli, si ferma a Torino: “Arrivai in una mattina d’autunno inoltrato. Una leggera, fredda, luminosa nebbiolina avvolgeva, senza oscurarla – anzi illuminandola in una vivida luce d’argento – tutta la città. Essa mi apparve calma, regolare, tranquilla e silenziosa. Tutti i rumori erano attutiti. Sentii che soltanto in questa città, dalle mansuete colline, dal fiume che sembra rallentare il suo corso per non turbare la calma di tutte le cose, in questa città ordinata, geometrica e misurata come un teorema, enigmatica e inquietante come una cabala, astratta come una scacchiera, avrei potuto (logoro e frusto com’ero pei molti travagli) riprendere la mia vita di pittore“. Più che una descrizione, una dichiarazione d’amore.

Con Torino la pittura di Casorati non è più la stessa. Il fascino severo di questa città, dove “la nebbia è più luminosa del sole”, entra nella sua tavolozza: “Solo qui potevano nascere i miei quadri, in questa città quadrata e squadrettata”. Apre un varco tra Metafisica e Valori Plastici, in dialogo con i grandi del passato: primi fra tutti Mantegna (il taglio prospettico del “Cristo morto” è ripreso in alcuni suoi nudi); Piero della Francesca, perfetto e inviolabile; Botticelli, arioso ed elegante; passando per Carpaccio, Bruegel, il più segreto Bernardo Parentino e probabilmente Bronzino.
In un secolo veloce, segnato dalla necessità del cambiamento, lo stato d’animo dell’autore è presente nella qualità della sua arte. La lettura introspettiva dei soggetti rappresentati, l’originalità stilistica, l’elegante struttura compositiva, l’andatura timbrica, la sapiente cadenza delle ombre fanno di Casorati uno degli artisti più significativi del nostro Novecento.