«Voglio andarmene, lontano, per dimenticare il mondo.» Con questa invocazione, filtrata dal curatore e artista artista Piero ½ Botta, si, si apre Pastorale n.13, una performance di Federico De Leonardis (La Spezia, 1938) che attraversa quarant’anni di ricerca (ciclo che prende origine da Il viandante e la sua ombra, 1985, a Sesto San Giovanni, MI) e si configura come un colpo di zappa contro la crosta lucida del sistema dell’arte, che De Leonardis continua ad assestare come un minatore della percezione, per tornare a dirci che la sottrazione è ancora un atto rivoluzionario.

immagine per Federico De Leonardis, Pastorale n.13, 2025

Federico De Leonardis, Pastorale n.13, 2025

immagine per Federico De Leonardis, Spazio Box, 2025

Federico De Leonardis, Spazio Box, 2025

Il bastone incavato nel muro, fantasma materico di un sostegno, riemerge qui come impronta, come ossimoro tangibile: la presenza di un’assenza. «Come per magia sta lì adiacente al muro, senza cadere. Il randello è fisso come un faro, un fallo pronto a penetrare nella sua immaterialità, il vuoto per generare memoria, storia di noi, dell’umanità. A dirci chi siamo e non per bocca di un prete», scrive il curatore.

Dov’è esposta Pastorale n.13?

Vi è mai capitato di entrare in un’ex sala slot e trovarci l’arte contemporanea? A me sì, a Macerata, al Circolo Pro Cairoli Casba, associazione viva dal 1912, in via Aleandri, l’opera si nasconde in un meandro straniante ribattezzato Spazio Box. Quella sala sa ancora di fumo stanco. Le pareti trattengono come una spugna l’alito dolciastro della nicotina, della sconfitta, delle vincite frustrate.

Sul pavimento, le macchie scure e le bruciature di sigaretta sembrano piccole cronache di resa. Ogni segno racconta l’inquietudine di chi ha provato a colmare il vuoto con la ripetizione, il gesto automatico, la speranza meccanica del jackpot. Eppure, in quella stanchezza stratificata, c’è una forza della verità, quella che redime e che riconcilia con l’idea stessa di cultura.

immagine per Federico De Leonardis, dettaglio Pastorale n.13, 2025. Ph. B. Caterbetti

Federico De Leonardis, dettaglio Pastorale n.13, 2025. Ph. B. Caterbetti

immagine per Federico De Leonardis, Pastorale n.13, 2025. Ph. B. Caterbetti

Federico De Leonardis, Pastorale n.13, 2025. Ph. B. Caterbetti

Nessun ingresso patinato, nessun hype da inaugurazione, nessuna liturgia da addetti ai lavori; un non-luogo che da fine febbraio 2024 i due artisti maceratesi Franco Nardi e Andrea Galdo hanno eretto a opera-contenitore contemporanea, costruita da artisti per artisti, con il solo scopo di restituire senso.

Finalmente si diverge dalle cattedrali dell’effimero che soffrono d’ipertrofia culturale. E forse, proprio per questo, davanti a queste pareti ruvide ma vive, che hanno conosciuto la chiacchiera, il gioco, il fumo lento e nodoso, provo un senso limpido di gratitudine perché Spazio Box non è un progetto di tendenza, è una necessità civile.

 

immagine per Sala Box, exhibition view. Ph. B. Caterbetti

Sala Box, exhibition view. Ph. B. Caterbetti

immagine per Casba Macerata, Franco Nardi. Ph. B. Caterbetti

Casba Macerata, Franco Nardi. Ph. B. Caterbetti

immagine per Circolo Pro Cairoli Casba, Macerata

Circolo Pro Cairoli Casba, Macerata

Federico De Leonardis dichiara da sempre la sua sostanziale noia per l’arte e l’urgenza di una radicale depurazione dalla sua presenza dilagante.

«Non si dà vita vera nella falsa», esordisce al telefono durante la nostra chiacchierata, citando Theodor W. Adorno.

Dopo studi d’ingegneria a Roma e a Genova e architettura a Firenze, nel 1963 si trasferisce a Milano dove lavora come urbanista. Nel 1973 abbandona l’architettura per dedicarsi integralmente all’arte perché per lui la dimensione esperienziale è centrale. Come in Pastorale n.13, molte sue installazioni non vanno “osservate” ma “attraversate”, facendo dello spazio l’oggetto stesso dell’opera.

È significativo che De Leonardis provenga dal mondo dell’ingegneria e dell’architettura, questa formazione non viene abbandonata, bensì trasposta. Nel suo lavoro la misura, la tensione strutturale, la spazialità architettonica restano endemiche, tuttavia vengono rovesciate: non costruisce edifici, ma mette in atto interventi che sottraggono piuttosto che accumulare.

Rifiutando le etichette di “concettuale” o “duchampiano”, De Leonardis si colloca in un territorio liminare dove l’arte diventa esercizio di spersonalizzazione, e cammino verso l’assenza del sé, difficilissimo e faticosissimo da raggiungere.

Piero ½ Botta, si, immedesimandosi in Federico De Leonardis, scrive:

«Oggi ci riprovo, 04/10/2025, fiducioso di naufragare davvero in un luogo dimenticato da Dio, a Macerata. In cui nessuno di “quelli che contano” mi veda davvero. Voglio creare una piccola illusione con il gesto e con l’assenza.

Traccio un solco nel muro, a memoria del vero: un Pastorale a cui affidarsi, tra l’erba alta, per condurre e per scacciare le bestie. Ma è anche il trompe-l’oeil di un bastone, di quelli ricurvi dei padri padroni e delle legnate che da vecchi non sanno più dare. Oggi ci s’appoggiano solo pel sostegno. Come biasimarli: la giovinezza è passata e l’ardore del muscolo si è spento, lasciando spazio alla tenerezza dello sguardo innocuo che più non può. Ormai stanchi e vinti, oggi sono realmente uomini, nell’osservare l’assenza di loro stessi. Poveri Cristi che non sanno a chi lasciare il rimpianto del loro segreto.

Il bastone è per me anche il simbolo dell’umana fragilità, visibile e al tempo stesso assente. Chi siamo, dove andiamo?

Verso una morte e l’eterno presente.»

Non a caso l’artista ha scelto Spazio Box che definisce «luogo degli ultimi», lontano dalle grandi capitali che continuano a produrre eventi, fiere, biennali, padiglioni, senza densità. L’arte accelera, ma non avanza. Nel sistema attuale, visibilità equivale al valore. Le opere sono prodotte per circolare, non per restare; si moltiplicano, ma non incidono e la parola “contemporaneo” si è trasformata in una formula di consumo, svuotata della sua funzione critica e conoscitiva.

Ma la visibilità è ormai una forma di censura: ciò che non genera engagement viene escluso. Ecco perché i progetti artistici nati nei territori minori hanno un valore che sfugge virtuosamente ai parametri economici, creano relazioni stabili nel tempo, trasformano il paesaggio e il linguaggio, riformulano il concetto di comunità, producono consapevolezza, non estetica ma politica.

Lì, dove nessuno guarda, l’arte torna a essere necessaria.

«Si parla di autoreferenzialità (…) quando un sistema finisce con l’avere più cura della propria coerenza interna, quindi di se stesso, che dell’effettiva relazione con il mondo», ricorda Umberto Galimberti. È un concetto mutuato da Jean Baudrillard che, nel suo libro La società dei consumi, ha definito come «tautologia del significante», ovvero quel fenomeno in cui il significante (il linguaggio, l’opera, il mezzo) smarrisce il proprio fine (la comunicazione, la conoscenza, la rappresentazione) per concentrarsi su se stesso.

L’arte, dal tardo Ottocento in poi, ha progressivamente reciso ogni legame con la referenzialità, ovvero con la rappresentazione del mondo e la mimesi, per concentrarsi unicamente sulla propria struttura interna, sui propri strumenti e codici espressivi. Un passaggio che segna il cammino “dal visivo al concettuale”: da Cézanne a Duchamp, fino a Warhol, l’opera non si misura più con la realtà fenomenica, ma con il proprio linguaggio, diventando essa stessa oggetto di riflessione e analisi.

L’autoreferenzialità diventa così una vera e propria ideologia della modernità, “il fine autentico del nostro secolo”. L’arte, ritirandosi sdegnosamente dal confronto con il reale e con la società di massa, si trasforma in esercizio intellettuale chiuso e autoreplicante. L’opera si smaterializza, diventa concetto o travestimento dell’idea, restringendo volutamente il proprio orizzonte di fruizione.

Il rischio, oggi concreto, è che l’arte diventi un linguaggio incomprensibile ai più, parlato solo dagli addetti ai lavori. Un sapere che si pensa autonomo, ma che, tagliando i ponti con la realtà condivisa, perde la propria funzione critica, conoscitiva e sociale, rischiando di non parlare più a nessuno.

È la postura opposta di chi, stanco dei miasmi della città, sceglie la provincia come laboratorio politico. Ci dice l’artista:

«Oggi il centro di Piero della Francesca è morto; abbiamo bisogno di respirare, di guardare con la coda dell’occhio, in tralice, sui bordi, perifericamente»

immagine per Barbara Caterbetti

Barbara Caterbetti si è laureata in Storia e Conservazione dei Beni Culturali con una tesi in Museologia, ha conseguito diversi Master tra cui uno in ricerca storica e un altro in comunicazione e valorizzazione del patrimonio letterario, documentario e vocale. È critica d’arte, docente di Lettere e organizzatrice di eventi culturali. Ha contribuito come storica alla produzione di film-documentari. Redige cataloghi d’arte. Scrive di arte contemporanea e di cultura in generale. Collabora con alcune gallerie private e istituzioni museali. Cura il blog “Ipsumars” dedicato all’arte.