Ci sono forti sentori d’Irlanda nel secondo album dei NewDad. C’è la nostalgia di Galway, la nostalgia di casa, perché dopo i positivi riscontri dell’esordio “Madra” i ragazzi sono stati parecchio in giro, fra concerti, attività promozionali e partecipazioni a festival sempre più importanti. Nel frattempo si sono anche trasferiti a Londra, alla ricerca di un posto nel quale sia più facile che le cose possano accadere. Si respira tanta Irlanda nei dischi degli artisti irlandesi, e spesso c’è la pioggia, ma il punto di vista non è sempre il medesimo. Se i Fontaines D.C. inauguravano “Dogrel” con la celeberrima frase “Dublin in the rain is mine”, gridando al mondo tutta la propria rabbia mentre ancora trascorrevano i pomeriggi lungo le rive del Liffey, i NewDad si mostrano più docili nei primissimi movimenti di “Other Side”, pronunciando la frase “I dream of rain / Painting the streets”, quella pioggia, quei verdi scenari che saturano i ricordi, e la malinconia che guadagna tereno, sprigionando da un certo punto in poi l’energia delle chitarre, a sottolineare uno stato d’animo tutt’altro che rilassato.

Per la successiva “Heavyweight”, i NewDad scelgono di inerpicarsi verso sentieri darkwave, in pratica gli anni Ottanta dei Cure, per dare maggior forza alle riflessioni, ai malesseri. Ma non è un dark troppo scuro, alleggerito dal mestiere “pop” che caratterizza la cifra stilistica delle dodici tracce di “Altar”, un altare sacrificale che pone in sequenza furore “alternative” (“Roobosh”), rievocazioni nineties (“Misery”), composizioni introspettive dall’appeal radiofonico (“Pretty”) e qualche parentesi più melodica (“Sinking Kind Of Felling”), tutto ben sintetizzato nella prima metà dell’album. È un disco che rappresenta molto bene un messaggio costruito su chitarre e vulnerabilità, producendo un suono morbido, elegante, avvolgente. Nella seconda metà del lavoro il mood diviene più canonicamente indie-rock, raggiungendo gli esiti migliori in corrispondenza della doppietta “Entertainer”https://www.ondarock.it/”Everything I Wanted”, per poi rilassarsi verso un finale dove a svettare sono “Mr Cold Embrace” e “Something’s Broken”.

Per “Altar” i NewDad lasciano quasi completamente da parte i primordiali istinti nu-gaze, per abbracciare un sound più rassicurante, senza mai smarrire un grammo di tensione emotiva. Rispetto a molte formazioni connazionali, uscite dal circondario dublinese negli ultimi anni, i NewDad continuano a non ricercare la ruvidezza post-punk dei Fall, preferendo lavorare in prospettiva gothicgaze, guardando piuttosto all’esperienza e alla sensibilità melodica di Robert Smith, Slowdive e Beach House. Al centro del progetto c’è la voce di Julie Dawson (accanto a lei ci sono il chitarrista Sean O’Dowd e la batterista Fiachra Parslow), impegnata a muovere i primi passi anche oltre i confini della band madre: di recente Daniel Avery le ha affidato le parti vocali di una delle tracce contenute in “Tremor” nobilitando un parterre di ospiti che comprendeva fra gli altri anche Alison Mosshart ed Ellie Rowsell. Essere entrata nel “giro” potrebbe riservare in futuro non poche sorprese e soddisfazioni…

05/12/2025