San Francisco fa causa a Coca-Cola, Kellogg’s, Nestlé e altre multinazionali per i danni causati dai loro cibi ultra-processati. Secondo il City Attorney David Chiu, queste aziende “hanno preso il cibo e lo hanno reso irriconoscibile e dannoso per il corpo umano”, creando una crisi sanitaria


Francesca Biagioli Francesca Biagioli

4 Dicembre 2025

San Francisco segna un momento storico nella battaglia contro l’industria degli alimenti ultra-processati (UPF). La città ha infatti avviato la prima causa governativa degli Stati Uniti contro alcune delle più grandi multinazionali del settore, accusandole di aver messo i profitti davanti alla salute pubblica.

Una notizia importantissima perché finalmente si riconosce che il peso delle malattie legate al consumo assiduo di questi prodotti non può ricadere solo sui cittadini e sui sistemi sanitari.

Una causa storica contro i giganti del food

Il City Attorney David Chiu, l’avvocato principale del governo cittadino di San Francisco, ha citato in giudizio 10 tra le aziende più potenti del settore: Coca-Cola Company, PepsiCo, Nestlé USA, Kellogg’s, General Mills, Kraft Heinz Company, Mondelez International, Mars Incorporated, Post Holdings e ConAgra Brands.

Li conosciamo tutti (o quasi), sono i produttori di bibite zuccherate, snack, cereali da colazione, merendine, barrette, piatti pronti, prodotti da forno industriali e moltissimi altri alimenti onnipresenti sulle tavole americane (e non solo).

Secondo l’accusa, queste aziende avrebbero messo in atto pratiche ingannevoli di marketing, promosso come “salutari” prodotti che non lo sono affatto, omesso informazioni fondamentali e continuato a vendere alimenti pericolosi nonostante conoscessero da anni i loro effetti sulla salute. Chiu parla di “atti ingiusti e ingannevoli”, una strategia commerciale che avrebbe creato una vera e propria emergenza sanitaria, violando tra l’altro la legge statale sulla concorrenza sleale.

Chiu ha dichiarato:

Queste aziende hanno creato una crisi di salute pubblica con l’ingegneria e la commercializzazione di alimenti ultra-processati. Hanno preso il cibo e lo hanno reso irriconoscibile e dannoso per il corpo umano. Sondaggi recenti mostrano che gli americani vogliono evitare i cibi ultra-processati, ma ne siamo sommersi. Queste aziende hanno creato una crisi sanitaria pubblica, hanno tratto grandi profitti e ora devono assumersi la responsabilità del danno che hanno causato. Le famiglie di San Francisco meritano di sapere cosa c’è nel loro cibo.

Che cosa sono gli alimenti ultra-processati

Gli UPF (Ultra-Processed Foods) sono prodotti realizzati industrialmente attraverso formulazioni complesse e ingredienti che non troviamo nelle cucine domestiche. Contengono conservanti, emulsionanti, coloranti artificiali, esaltatori di sapidità, dolcificanti, agenti schiumogeni, aromi artificiali e addensanti, spesso combinati per rendere il prodotto irresistibile, economico e a lunga conservazione ma povero di nutrienti reali.

Pensate che negli Stati Uniti rappresentano oltre il 70% dell’intera offerta alimentare e i bambini ricavano più del 60% delle loro calorie quotidiane da questi cibi.

Un’ampia revisione scientifica, pubblicata il mese scorso, ha rilevato che gli UPF sono collegati a danni in ogni principale sistema organico del corpo umano. Sono associati a un aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, cancro, depressione, disturbi gastrointestinali, infiammazione cronica e perfino declino cognitivo. Secondo gli autori dello studio, non sono le scelte individuali a guidare l’ascesa degli ultra-processati, ma un sistema alimentare costruito dalle aziende globali per rendere questi prodotti onnipresenti, economici e difficili da evitare.

Cosa chiede San Francisco

La causa, intentata per conto del Popolo dello Stato della California presso la Corte Superiore di San Francisco, mira a ottenere un risarcimento per coprire i costi sanitari sostenuti dalle città e dalle contee per curare residenti colpiti da patologie legate ai cibi ultra-processati.

L’obiettivo è anche ristabilire trasparenza e responsabilità: generazioni di famiglie – afferma Chiu – sono state ingannate e portate a comprare “cibo che non è cibo”. Un’accusa diretta che mette in discussione la narrazione costruita per anni attorno a prodotti presentati come convenienti, moderni o persino salutari.

Si chiede poi, tra le altre cose, un ordine che vieti il marketing ingannevole e che imponga alle aziende di agire per correggere o attenuare gli effetti del loro comportamento.

E c’è grande soddisfazione nella comunità locale per questa decisione:

Come medico e mamma, vedo ogni giorno come i cibi ultra-processati danneggiano i nostri bambini e le nostre comunità – ha dichiarato la Dottoressa Kim Newell-Green, Professoressa Clinica Associata dell’UCSF – Crescenti ricerche collegano questi prodotti a malattie gravi—tra cui diabete di tipo 2, fegato grasso, malattie cardiache, cancro colorettale e persino depressione in età più giovane. La causa odierna rappresenta un passo importante per ritenere le aziende alimentari responsabili di trarre profitto da prodotti che mettono a rischio la nostra salute.

Negli ultimi anni la California ha già approvato diverse misure pionieristiche. È il primo Stato ad aver introdotto una definizione legale di alimenti ultra-processati e ha già posto le basi per limitarne la presenza nelle scuole. Ha inoltre vietato vari additivi alimentari legati a difficoltà comportamentali nei bambini e ha varato regolamentazioni che in passato hanno portato a importanti vittorie contro tabacco, oppioidi e produttori di vernici al piombo. La causa contro i giganti del food si inserisce proprio in questo percorso di tutela della salute pubblica.

Ma la mossa di San Francisco ha una portata che va ben oltre i confini americani. Le aziende coinvolte dominano anche il mercato europeo e italiano. Se una città riesce a mettere in discussione il modello economico basato sugli ultra-processati, si apre la strada a nuove regolamentazioni, a una maggiore consapevolezza e a un riconoscimento ufficiale dei danni causati da questi prodotti.

È un passo avanti verso un sistema alimentare più sano, più trasparente e più giusto, in cui le comunità non devono più pagare – in termini economici e di salute – il prezzo dei profitti delle multinazionali.

Fonte: Guardian / City Attorney of San Francisco

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