Davanti a una folta platea di dirigenti, militanti, ex militanti, capi e sottocapi di quello che fu il Partito Comunista spezzino, la Fondazione Amendola ha presentato i risultati del lavoro di riordino, schedatura e digitalizzazione del Fondo fotografico del Pci – Federazione della Spezia, parte integrante dell’Archivio storico del partito. L’evento di presentazione, che ha trovato dimora nell’auditorium della sede provinciale del Partito Democratico, ha raccontato la consistenza di un fondo fotografico che ammonta a 2.125 pezzi, perlopiù positivi a stampa, con alcune unità diapositive e sporadici negativi su pellicola. “E’ una battaglia che si conduce anche conservando la consapevolezza delle proprie radici, della propria storia – parole di Andrea Orlando, presidente del Comitato d’Indirizzo della Fondazione Amendola –. E in questo vorrei citare un articolo di fondo del direttore della stampa Malaguti, che qualche settimana fa, parlando un po’ del quadro politico, diceva una cosa molto vera. Viviamo in un paradosso per cui quelli che non dovrebbero rivendicano la loro memoria e quelli che dovrebbero invece non lo fanno più. Questa cosa, io penso sia un punto di partenza di questo lavoro, che quindi ha anche un’ambizione di carattere politico. Lo voglio dire con grande determinazione. Questo lavoro ci dice una cosa: racconta ai più giovani una cosa, cioè come il Partito Comunista sia stata anche una grande comunità determinante per l’alfabetizzazione democratica dell’Italia. Lo dico perché spesso la narrazione letta sui libri richiama i passaggi della Costituente, ma non partiamo mai dal presupposto che l’Italia un paese che nel 1945, quando torna al voto, aveva conosciuto la democrazia molto da lontano, perché per vent’anni non c’erano state libere elezioni e le ultime elezioni riguardavano soltanto una minoranza del corpo elettorale, perché le donne non potevano partecipare e c’erano degli sbarramenti alla possibilità di partecipare al voto, che sostanzialmente facevano sì che la partecipazione al voto era una partecipazione assolutamente limitata. Perché dico questo? Perché noi non riflettiamo mai sull’enorme opera, direi il capolavoro, che i grandi partiti popolari hanno realizzato nella transizione dal fascismo alla democrazia attraverso un percorso facile. Se noi guardiamo la fine dei regimi in molti altri paesi, è in larghe parti la portatrice di grandi momenti traumatici e di spargimenti di sangue, anche per una grande difficoltà a fare i conti e a prendere le misure con la democrazia. L’Italia invece ha potuto gestire questo passaggio grazie a non solo, e quelle le conosciamo, alla dinamica dell’iniziativa politica, delle posizioni di Togliatti, delle posizioni che il Partito Comunista assunse, ma anche nella dimensione immanente svolta dal Partito Comunista. Perché il Partito Comunista non fu soltanto una forza politica che assume delle iniziative ma una forza politica che definisce un senso comune. Perché è la partenza di qualcosa di più complesso (di una forza politica. C’è chi ha parlato di una società nella società. Il Partito Comunista organizzava il tempo libero, la rappresentanza sul lavoro, perché all’epoca la cinghia di trasmissione era molto forte”.

Le date degli scatti coprono un arco cronologico che va dal 1941 (con alcune copie recenti di scatti originali degli anni ’10, ’20 e ’30 tratti da pubblicazioni editoriali) sino al 2014, ossia successivamente allo scioglimento del Pci e alla cosiddetta svolta della Bolognina (1991) con la nascita del PdS (Partito Democratico della Sinistra). Hanno illustrato il lavoro svolto Alessandro Cecchinelli e Donatella Mezzani, presidente e vicepresidente di Promemoria Società Cooperativa che si è occupata della schedatura, mentre la dottoressa Cristina Dal Molin per la Soprintendenza archivistica e bibliotecaria della Liguria e Patrizia Gallotti, come presidente dell’Istituto storico della Resistenza hanno contestualizzato l’intervento. “Non è una operazione nostalgia ma una grande operazione culturale – ha spiegato nel corso del suo intervento il responsabile del progetto archivi Matteo Bianchi –. Siamo in un territorio che ha incrociato tutte le più grandi trasformazioni del nostro Paese. Qui ci sono state due fasi: una prima fase che vedeva il Pci vivo e attivo anche nell’ottica di un’operazione di libertà dove chi era stato comunista aveva lavorato nel tentativo totalizzante di cercare strade nuove, mentre per chi comunista non lo era il sentimento era di un anticomunismo macchiettistico. Si è poi sviluppata una seconda fase, a partire dal 2021, di atteggiamento nostalgico. I detrattori del comunismo hanno ripristinato un anticomunismo meno macchiettistico ma, anzi, assimilabile alle derive peggiori arrivando a negare perfino i meriti nella vittoria seconda guerra mondiale”. Bianchi spiega il senso di un lavoro che vuole “mettere a disposizione strumenti per favorire un dibattito tra studiosi e cultori della materia in maniera ragionata e informata senza apologie e senza sconti. E per il 900 il materiale non è solo ascrivibile alle istituzioni ma anche agli archivi di forze sociali. E non è una cosa scontata per quel meccanismo della rimozione di cui parlavo prima. Ecco perché il bando è meritorio, ecco perché ci siamo candidati: quest’anno abbiamo vinto ma ci avevamo provato nei tre anni precedenti e non ce l’avevamo fatta”. Un paniere prezioso, soprattutto se si ha la capacità di incrociare dati, volti, persone, atti, e ricostruire piano piano la storia, piccola o grande che sia, di una comunità e attraverso di essa di una città. E quello che emerge non sono soltanto le piazze piene ma anche i palchi molto partecipati e un gruppo dirigente coeso. “Verbali, atti, dati dei congressi aiutano a ricostruire la vita del partito nelle grandi e nelle piccole questioni – ha aggiunto Bianchi -. Giorgio Pagano ci ha dato modo di capire come era costruito e organizzato il Pci, Moreno Veschi e Antonio Bianchi hanno riconosciuto tanti dei protagonisti emersi dalle immagini. Sul nuovo sito, che presto sarà pronto, sarà possibile visionare una mostra digitale permanente. E dico di più: in biblioteca ci sono ancora i giornali delle singole sezioni e gli archivisti han trovato periodici anche degli altri: della Dc, dei monarchici, del Msi, del PSI, dei Repubblicani. Materiale che magari anche loro stessi non hanno più e che è giusto mettere a disposizione”.

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La Fondazione Amendola presenta i risultati del lavoro di riordino, schedatura e digitalizzazione del fondo fotografico del Pci spezzino

Le immagini sono state eseguite da fotografi professionisti della zona spezzina, come nel caso degli Studi Zancolli o Ciavolino, o di altre città, come Farabola, probabilmente su richiesta della Federazione provinciale o da essa ricevute per finalità di documentazione o di comunicazione a cura dell’ufficio stampa e propaganda del Partito. Diverse, che non presentano dati in merito all’autore dello scatto, sono state fatte da semplici iscritti al partito, magari durante manifestazioni, cerimonie civili, Feste dell’Unità. Si tratta di un prezioso racconto per immagini non solo del Partito Comunista Italiano nella provincia della Spezia, ma anche dell’evoluzione della città e dei suoi costumi, delle sue manifestazioni culturali, oltre che politiche, insomma di un’intera società nelle sue varie declinazioni. In sala dirigenti e attivisti del Pd di oggi ma anche protagonisti di quel Pci che poi hanno intrapreso strade diverse. “Consegniamo al futuro quella memoria storica troppe volte attaccata, sbeffeggiata o mistificata – ha detto Andrea Montefiori, consigliere comunale del Pd spezzino -. La memoria di chi ha provato a cambiare tutto. Un archivio che va dal 1941 all’inizio degli anni 2000 è un viaggio nella storia della politica ma anche di quella di un paese e della società. Ed è anche un momento di ritrovo tra persone che hanno incrociato i propri destini, non solo politici, quotidianamente per anni. Abbiamo cercato le persone, o i loro famigliari, che hanno fatto parte del Pci, sia come militanti che come funzionari, dirigenti o giornalisti. Ringrazio la Soprintendenza Ligure che ci ha seguito passo passo, Matteo Bianchi che con me, e forse più di me, ha curato la fase finale del lavoro. E ringrazio gli archivisti Alessandro Cecchinelli, Donatella Mezzani e Irene Borniotto, tre professionisti che hanno messo una grande passione nel portare a termine il tutto. Un fondo sopravvissuto ai decenni per la dedizione di un compagno come Danilo Ferretti che lo ha preservato e al quale vogliamo dedicarlo oggi, è una sorta di racconto fotografico in cui compaiono momenti molto significativi della vita del partito. E’ ovviamente è un fondo residuale, quindi la documentazione non è completa ma documenta molte fasi di quelle che erano la vita politica e le occasioni sociali e culturali del partito, il più grande partito italiano. Chiediamo a chi ne abbia, di metterci a disposizione materiale per allargare e perfezionare i due archivi. Stiamo concludendo il lavoro anche sulla parte cartacea, che presenteremo nel prossimo futuro con una giornata di studio e riflessione. Quindi parliamo di congressi soprattutto a livello provinciale, ma ci sono anche immagini dei congressi nazionali in cui partecipavano i delegati della Spezia. Parliamo di alcune personalità politiche importanti per la città e per il territorio della provincia. Parliamo quindi di Anelito Barontini, Aldo Giacchè, Varese Antoni, Walter Bertone, al quale per altro è intitolata questa sala, Giuseppe Fasoli, Giuseppe Rossino, Brenno Fusoni, Artibano Ballani, Carlo e Franco Bertolani, Dino Grassi, Luigia Cordati Rosaia e di molti altri. Molte immagini ritraggono, poi, occasioni in cui il partito si occupava oltre che della linea politica, di momenti riferiti a eventi di socialità e cultura, che avevano molto spesso come teatro le Feste de l’Unità , con i dibattiti che coinvolgevano le più importanti personalità della cultura di quel momento. Feste de L’Unità grandi e numerose, che coinvolgevano centinaia di volontari impegnati per tutto il periodo estivo. Perchè il Pci era un partito di popolo e del popolo. I beni che oggi rappresentano il patrimonio immobiliare della Fondazione Amendola, non sono stati soltanto delle mura: nei luoghi del Pci è passata tanta politica, ma anche tanta vita e tanta solidarietà. Per molti la comunità ( termine oggi abusato, ma allora davvero era tale ) comunista ha rappresentato anche un elemento di sicurezza e di rifugio personale, per alcuni ha rappresentato una vera e propria famiglia”.

(Immagini d’epoca allegate all’articolo pubblicate per gentile concessione della Fondazione Amendola)