Quando nella notte di giovedì la Casa Bianca ha pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che ogni presidente rilascia periodicamente per definire le linee guida della sicurezza nazionale, la prima impressione è stata di un cambio di paradigma nello sguardo con cui l’Amministrazione Trump valuta gli alleati storici. Il documento di 33 pagine introduce un linguaggio inusuale nei confronti dell’Europa, definita a rischio di una «cancellazione della civiltà» dovuta al declino economico, alla crisi demografica, alle politiche migratorie permissive e a una presunta erosione della libertà di espressione. L’Europa resta «strategicamente e culturalmente vitale» per gli Stati Uniti, ma il rapporto appare sottoposto a un esame severo e a una lettura diversa rispetto al passato, interpretata attraverso una lente diffidente e marcata da giudizi insoliti per un partner storico, finora giudicato affidabile da ogni presidente del dopoguerra.
SENZA ANTICIPAZIONI
Il documento è stato diffuso nottetempo, senza le consuete anticipazioni né un confronto pubblico con i media. Nessuna conferenza stampa, briefing del National Security Advisor, o discorso presidenziale. Solo un laconico comunicato. È un’eccezione rilevante per un testo che delinea la dottrina di sicurezza nazionale e che, presentato in questo modo, ha ridotto almeno nell’immediato la necessità per la Casa Bianca di offrire chiarimenti su alcuni passaggi che stanno già attirando l’attenzione di analisti e diplomatici.
La Strategia di Sicurezza Nazionale è un documento senza valore legislativo diretto, ma con forte rilevanza politica e operativa, in quanto orienta i bilanci, segnala le priorità dell’Amministrazione, indirizza il lavoro di agenzie e Dipartimenti. In questa edizione, la Casa Bianca ridisegna la geografia delle preoccupazioni americane e colloca l’Europa nella sezione delle fragilità: un continente percepito in declino e dunque meno affidabile come pilastro occidentale. Nella parte dedicata alla cornice globale, il documento sostiene che gli Stati Uniti non debbano più tentare di «dominare permanentemente l’intero mondo», ma occuparsi solo delle minacce che toccano direttamente gli interessi nazionali. Da qui la scelta di concentrare risorse diplomatiche e militari sull’emisfero occidentale in una riformulazione della storica Dottrina Monroe, proclamata nel 1823 per impedire interferenze europee nelle Americhe. La Casa Bianca parla ora di una «Trump Corollary», un principio che ribadisce la preminenza statunitense nel proprio vicinato strategico e ammonisce contro la presenza cinese in porti, infrastrutture e investimenti sensibili. A sorprendere è soprattutto la diagnosi sull’Europa. Il documento osserva che la quota europea del Pil globale è scesa dal 25% degli anni ’90 all’attuale 14%, una tendenza che attribuisce a regolamenti «soffocanti» e a istituzioni sovranazionali che avrebbero «limitato creatività e operosità». Secondo l’Amministrazione Trump, il continente avrebbe inoltre «smarrito fiducia nella propria civiltà», un indebolimento che comprometterebbe competitività e coesione interna. Ma il giudizio più severo riguarda i temi identitari, con l’immigrazione indicata come fattore di conflitto. Il testo formula una previsione destinata a far discutere: «È plausibile che nel giro di pochi decenni alcuni Paesi della Nato avranno popolazioni a maggioranza non europea», una condizione che, secondo la Casa Bianca, potrebbe influire sulla fedeltà all’Alleanza Atlantica così come concepita alla sua fondazione nel 1949. Trump vorrebbe – secondo le indiscrezioni dell’agenzia Reuters – che l’Europa assumesse il controllo della Nato nel 2027.
LE MINACCE ESTERNE
Sul fronte delle minacce esterne, Pechino è descritta in termini più sfumati rispetto al passato, con l’augurio di «mantenere relazioni economiche che siano realmente vantaggiose per entrambe le parti», pur ribadendo l’obiettivo di riequilibrare il rapporto commerciale. Mosca appare quasi sullo sfondo. La guerra in Ucraina è menzionata tardi, con toni critici verso i governi europei più che verso il Cremlino. Si afferma che «è nell’interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina» e si parla di «aspettative irrealistiche» in Europa sulla durata del conflitto e di esecutivi «di minoranza e instabili» che soffocherebbero il dissenso interno. Parallelamente, diplomatici europei hanno confermato a Bloomberg che Washington ha esercitato pressioni su diversi Paesi dell’Ue per frenare il piano europeo che destinerebbe gli asset russi congelati alla creazione di un maxiprestito per sostenere Kiev. La motivazione americana sarebbe la volontà di preservare quel capitale come leva negoziale in eventuali colloqui con Mosca. Le reazioni degli analisti vicini all’area democratica sono state immediate. I commenti di ieri definivano il documento un testo «ideologico più che strategico», e accusavano la Casa Bianca di sovrapporre la narrativa politica interna alla dottrina di sicurezza. La sezione sull’Europa è stata da alcuni letta come un’estensione dei discorsi del vicepresidente JD Vance, con l’immigrazione elevata a causa primaria di instabilità e identità a rischio. Un’impostazione che finisce per dipingere governi democratici come problematici, mentre le autocrazie ricevono un trattamento più cauto. Eppure, malgrado la severità delle valutazioni, il documento ribadisce che «gli Stati Uniti non possono permettersi di scrivere l’Europa fuori dal futuro». L’alleanza resta fondamentale, ma nella visione di Washington andrà rivalutata e riportata entro parametri considerati più funzionali agli interessi americani.
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