Il Grand Hotel Minerva a Firenze propone un nuovo modo di vivere l’ospitalità, tra memoria architettonica, dettagli d’autore e arte.
A Firenze, nella cornice di Piazza Santa Maria Novella, accanto alla Basilica, il Grand Hotel Minerva celebra la cultura italiana facendo dialogare antico e moderno. Parte della Collezione EM di proprietà della famiglia Maestrelli, l’albergo nasce in un palazzo importante, la cui storia s’intreccia con quella della città stessa. Un luogo dove vivere l’arte e la creatività italiana. La facciata di Alberti scandisce una delle prospettive più armoniche del Rinascimento, riconferma la propria identità di luogo-simbolo dell’hôtellerie fiorentina. Con la sua posizione centrale, l’hotel non è soltanto un indirizzo privilegiato, ma un manifesto della bellezza italiana: una casa lontana da casa, dove scoprire un’ospitalità raffinata, colta, profondamente radicata nella storia architettonica della città.
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Dietro la Collezione EM, realtà familiare che ha fatto dell’identità dei luoghi la propria filosofia, c’è una storia di passione e amore per Firenze. Ogni hotel del gruppo è un unicum, un organismo autonomo che non replica formule ma interpreta la città in cui si trova. Il Minerva — primo acquisto di famiglia oltre trent’anni fa — è il fulcro di questa visione: un laboratorio di ospitalità colta, fatta di dettagli, gesti sapienti, amore e dedizione. Tra le sale e le camere si respira un lusso misurato, un gusto autentico, un’accoglienza di famiglia, che privilegia la qualità della presenza rispetto alla spettacolarità.
L’eredità architettonica di Carlo Scarpa e Edoardo Detti
Nato nel Trecento come parte del monastero di Santa Maria Novella e trasformatosi nel corso dei secoli in residenza aristocratica, il palazzo divenne nel 1848 la “Locanda di Minerva”, per poi assumere il nome di Grand Hotel Minerva nel Novecento. Ma è il 1958 a rappresentare la svolta definitiva: l’hotel viene affidato alla visione di Edoardo Detti e soprattutto di Carlo Scarpa, che affronta il progetto in un’epoca in cui l’innovazione significava spesso sacrificare il passato in nome del “moderno”. Scarpa compie invece un gesto radicale e poetico: destruttura l’edificio, ne ricostruisce gli spazi secondo una logica di sottrazione e misura, ma conserva con rigore i soffitti a cassettoni dipinti, gli straordinari affreschi e i frammenti architettonici originari, ricordo della storia dell’edificio. Ricava nuovi volumi, giochi di luce, percorsi controllati, e dona all’hotel una serie di dettagli destinati a diventare icone del modernismo italiano. “Volevo ritagliare l’azzurro del cielo”, dirà il maestro: un manifesto di intenti che trova forma nella verticalità, nelle finestre calibrate, nella dialettica tra pieno e vuoto.
Oggi il Grand Hotel Minerva a Firenze è, prima di tutto, una casa d’arte: un luogo in cui architettura, memoria e contemporaneità convivono in un equilibrio raro, grazie alla passione della famiglia Maestrelli.