di
Andrea Pasqualetto
Lo storico Presidente dell’Alto Adige: «Austria o Italia? Scelgo l’Austria. L’Ucraina in Donbass doveva fare come l’Italia con noi»
DAL NOSTRO INVIATO
NATURNO (BOLZANO) – «Il vecchio Luis abita lassù». La signora dall’aria tirolese indica la montagna di Cirlano coperta dalle nuvole. Prendiamo una stradina che serpeggia fra case e vitigni e finisce ai piedi di un grande edificio, forse uno stabilimento. Luis Durnwalder abita qui, in questo strano luogo della bassa val Venosta dove tutto sa di legno, di fieno e di speck. Luis Durnwalder vive qui, in questo strano luogo della bassa val Venosta dove tutto sa di legno, di fieno e di speck. Lo troviamo sulla porta ad attenderci, puntuale e guardingo. Stretta di mano che non si dimentica, voce tonante, l’ottantaquattrenne storico presidente dell’Alto Adige Luis Durnwalder è il solito omone grande e grosso sicuro di sé: «Seguimi».
Dopo aver governato per 25 anni la Provincia più speciale d’Italia ha scelto per il riposo del re il maso della sua seconda moglie. Qui lo chiamano con affetto Luis o Durni, tenerezze che non devono ingannare: è pur sempre Durni il keiser, padre e patriarca di una terra che conosce valle per valle, maso per maso, pecorella per pecorella. Compresa quella dal pelo fulvo che da bambino scorrazzava fra i prati della val Pusteria e oggi svetta sul mondo scalzandolo per fama: Jannik Sinner.
Ci presenta Angelika, la bella moglie molto più giovane di lui, che serve un tè, dei dolci fatti in casa, un tagliere di salumi e formaggi e stappa una bottiglia di rosso. Sono le 11 del mattino.
Presidente, dicevano che Durni senza lavoro sarebbe morto. Le sue giornate erano memorabili: sveglia ore 4, colloqui con cittadini dalle 6 e appuntamenti vari fino a tarda sera. Come va?
«Senza lamenti: questo pomeriggio ricevo un gruppo musicale che vuole dei consigli, poi vedo il sindaco di Scena e in serata sono a Bressanone per la commemorazione di Kreisky, grande uomo».
Cioè?
«Kreisky è il ministro degli esteri austriaco che fece moltissimo per l’autonomia dell’Alto Adige portando la questione sudtirolese davanti alle Nazioni Unite. Mi chiamano per ricordarlo, vado lì, faccio il discorsetto, rivedo amici».
Si sente italiano o austriaco?
«Io mi sento sudtirolese con passaporto italiano e faccio parte della minoranza austriaca di lingua tedesca dell’Italia».
Se dovesse scegliere fra Austria e Italia?
«Probabilmente voterei per Vienna ma l’annessione dell’Alto Adige all’Austria non ha più senso. Come non ha senso parlare di un Tirolo indipendente in un’epoca in cui gli Stati si uniscono. Noi abbiamo la nostra autonomia che è protetta da una legge internazionale. Per cambiare le cose bisognerebbe che l’Austria chiedesse l’Alto Adige violando l’accordo e che l’Italia dicesse sì, cosa impossibile perché se lo vuole tenere».
Cosa pensa di Sinner e delle polemiche sulla sua italianità?
«Premessa: io sono nato e ho vissuto in un maso di Falzes, in val Pusteria, la sua valle. Noi eravamo sette vacche e undici fratelli, poveri, isolati ma felici. Ci mettevo tre quarti d’ora ad andare a scuola e un’ora per andare a messa. Questa era la nostra realtà. Jannik è rimasto legato alla sua terra e alla sua famiglia. A Sesto l’ho visto spalare letame sui prati con un amico e devo dire che la cosa mi è piaciuta. Per quanto riguarda le polemiche sulla rinuncia alla coppa Davis, l’italianità non c’entra nulla. Lui fa quello che gli dicono, chi fa sport ai suoi livelli pensa solo a vincere, non all’Italia. Anche le critiche ai genitori che parlerebbero troppo poco e solo in tedesco non hanno senso. A parte che non è vero, bisogna anche capire che la maggior parte delle persone di queste valli non si sente a proprio agio con l’italiano. Temono di non capire bene e di venire fraintesi. E poi loro hanno la riservatezza tipica dei pusteresi e un loro dialetto. Criticandoli li spingete sempre più nel loro angolo».
Sinner si è detto felice di essere nato in Italia e non in Austria e così sono insorti gli Schützen (la storica milizia tirolese patriottica): «Caro Jannik, le tue parole sono avventate, ricorda che l’Austria che tu rifiuti si è faticosamente impegnata per l’autonomia, la nostra lingua, la nostra storia, la nostra identità…». Come la vede lei che è amico degli Schützen?
«Povero ragazzo, quando c’è di mezzo la questione dell’Italia non può dire e fare nulla senza che qualcuno abbia qualcosa da ridire. Gli Schützen hanno esagerato e lui ha cercato solo di spegnere un incendio. E finiamola anche con la storia che vince perché è tedesco. Vince perché è forte, vince perché è un ragazzo che ha un grande talento ed è abituato a fare grandi sacrifici. Vince perché se nasci fra queste montagne e parli tedesco devi rimboccarti le maniche più degli altri ed essere agile e veloce come le trote se vuoi farcela. Ha fatto così lui e hanno fatto così anche Alex Schwazer e vari campioni di sci».
Cambiando discorso, di se stesso disse di avere la durezza furba del contadino, scarpe grosse e cervello fino. Ci rivela qualche astuzia?
«Io vengo dal mondo rurale, sono abituato a risolvere i problemi in modo pratico e veloce. Trovo sempre una soluzione e vado dritto per la mia strada. Non sarò un candidato al premio nobel per la democrazia ma decido, faccio, eseguo. E per farmi votare anche da italiani e ladini ho fatto la colomba, io che di carattere sono un falco. Per esempio, ho sempre rifiutato la presidenza della Südtiroler Volkspartei (Svp, ndr) che mi offrivano: sono il presidente di tutti, anche degli italiani, dicevo. Quando c’è stata la vertenza delle acciaierie di Bolzano, 6-700 posti di lavoro a rischio, molti figli di immigrati dal Sud Italia, sono andato a Bruxelles e ho risolto tutto. Gli italiani hanno apprezzato. Capito? Per me era importante il lavoro, il reddito, la casa, un certo benessere, unire».
Lei è una vecchia volpe anche per altri motivi. Secondo i giudici ha usato i fondi riservati della Provincia senza giustificativi.
«Posso aver sbagliato la forma ma di sicuro non mai ho intascato un euro. La cosa che più mi fa male è l’accusa di aver danneggiato l’immagine dell’Alto Adige: è una vergogna! Io che lavoravo 20 ore al giorno per questo territorio l’avrei danneggiato. E devo anche risarcire 200 mila euro».
Fa parte di un partito, l’Svp, che in qualsiasi altro posto del mondo starebbe a destra. Qui no, perchè?
«C’è di mezzo Mussolini che voleva italianizzare in modo forzato il Sudtirolo che era stato annesso all’Italia dopo la prima guerra mondiale. Voleva eliminare la nostra lingua, facendo diventare minoranza la maggioranza tedesca e per chi non accettava c’era l’opzione del trasferimento nel Terzo Reich, con l’ipotesi della deportazione in Crimea. Io ero diventato Luigi, il nostro maso, Oberwald, era diventato Bosco di Sopra, la contrada Durnwald doveva diventare Bosco Secco. Ma alla fine non ce l’ha fatta. Dopo la seconda guerra abbiamo iniziato a lottare per avere la nostra autonomia e ci siamo riusciti, tenendo lingua e maggioranza e il 90% delle imposte. Abbiamo costruito strade, scuole, aziende e la gente è rimasta in montagna. A anche le famiglie nate dai matrimoni fra le nostre donne con gli italiani in divisa del sud, che all’inizio si spostavano verso l’ambiente culturale italiano, dopo aver visto come amministravamo bene il nostro territorio si sono dirette al gruppo tedesco. E così è successo che il gruppo linguistico italiano si è pure ridimensionato, scendendo dal 34% degli anni ‘60 all’attuale 26%. Oggi siamo la provincia più benestante d’Italia, al livello della Baviera, abbiamo il pil pro capite superiore a tutte le regioni austriache tranne Vienna, sopra anche la Lombardia. Perché dunque dovremmo farci del male per passare con l’Austria? Ci studiano da tutto il mondo».
Qualche esempio?
«Non passa mese che non venga una delegazione dall’Asia, dall’Africa, dall’Europa dell’Est. Il Dalai Lama che vuole il Tibet sovrano è venuto 4-5 volte, sono venuti israeliani, palestinesi, bianchi afrikaner dal Sudafrica, la minoranza slovena che vive in Austria. E poi io sono andato spesso in giro per il mondo a tenere conferenze. Anche in Donbass, a Donetsk e Luhansk , grandi applausi. Penso che se l’Ucraina avesse concesso un’autonomia tipo la nostra a quelle popolazioni del Donbass, visto che lì parlano in maggioranza il russo, forse avrebbe tranquillizzato la gente ed evitato la guerra».
In Italia si è confrontato con vari presidenti della repubblica e capi di governo. Come li ricorda?
«Cossiga veniva sempre a Falzes, conosceva bene la storia e la politica tedesca e così ogni volta gli portavo qualche vecchio soldato. Con Pertini ci davamo del tu, Scalfaro e Ciampi erano persone serie mi trovavo bene. Con Napolitano è successo che ero stato invitato ai festeggiamenti del 17 marzo, l’anniversario dell’Unità l’Italia, io non ci sono andato e lui mi ha scritto una lettera: ripensaci. E io: vuoi riaprire una vecchia ferita? Mi rispose che avevo perfettamente ragione».
I leader politici preferiti?
«Andreotti, grande intesa e grande ironia. Diceva che amava così tanto la Germania che ne voleva due. Con Berlusconi invece non si riusciva a parlare di cose serie, prometteva sempre e non faceva nulla. Te ne racconto una che dice tutto: vado a Roma al consiglio dei ministri, sono in sala d’attesa, mi chiama l’usciere: entri il presidente Duvald!, quello sbagliava sempre il mio nome. Poi arriva Berlusconi e dice “dov’è il mio amico Durni?” E mi abbraccia anche se non mi conosceva. C’era la questione del censimento, dovevo spiegare una norma. La spiego e fa: “È tutto? Brrravo presidente, in due minuti ha spiegato una norma che non ho mai capito, merita un applauso”. E ha fatto alzare tutti i ministri ad applaudire. Ecco, faceva queste stupidaggini. “Se ha bisogno di qualcosa chiami”, ha detto. Io poi ho chimato ma lui non ha fatto niente».
Giorgia Meloni?
«Ho avuto paura quando è diventata Capo del governo ma devo dire che mi ha sorpreso positivamente e mi sono ricreduto. Chi avrebbe mai pensato che l’Italia superasse la Germania dando una certa stabilità al Paese. Io ho avuto a che fare con 17 Presidenti del consiglio e ogni volta dovevo iniziare da capo».
Stava per farsi frate, uno come lei, possibile?
«Dopo la quinta elementare era venuto il direttore scolastico a parlare con mio padre: guardi che suo figlio avrebbe le capacità per andare avanti ma dice che a decidere è lei. “Ma io non ho soldi, parlerò col parroco”, disse mio papà. A Chienes c’erano gli agostiniani dell’abbazia, i padri di Novacella. Avevano un convitto e io finii nella scuola di preparazione per preti. Sono rimasto sei anni, saltandone due per meriti, fino all’esame di maturità. Poi c’era il seminario e stavo prendendo i voti. Avevo già il nome: fra’ Norbertus. Dovevo entrare in convento ma lì ho capito che non era quella la mia strada. Ho capito che c’erano anche le donne e allora sono andato all’Università a studiare Scienze agrarie a Vienna. Mi sono laureato e poi ho fatto anche giurisprudenza».
Va a messa?
«Ne faccio più di 50 l’anno, fra matrimoni, funerali, inaugurazioni e feste varie».
Fra’ Norbertus si è poi sposato due volte, ha avuto tre figli e una compagna per dieci anni, vita varia
«La prima moglie, Gerda, mi aveva proprio piantato in asso. Una sera torno a casa e trovo questa lettera: “Caro Luis, ho sposato te, non tutti i tirolesi, ti lascio”. E se n’è andata con i due figli. Li avevo trascurati senza rendermene conto e questo è il mio grande rammarico. Poi c’è stata Haike, una dottoressa, e dal 2003 Angelika che mi ha dato l’ultima nata che ora studia a Londra».
Suona il telefono: «Ja bitte? Ciao Olga, Olga Olga…». Mette giù: «Lavorava con me, eh».
Riappare Angelika, il rosso è finito, si ride.
7 dicembre 2025 ( modifica il 7 dicembre 2025 | 08:14)
© RIPRODUZIONE RISERVATA