L’uovo dell’angelo, anime di Mamoru Oshii

A quarant’anni dall’uscita in Giappone, è arrivato in questi giorni nei cinema italiani uno dei film più criptici e sperimentali del regista Mamoru Oshii, L’uovo dell’angelo (in originale Tenshi no tamago), distribuito da Lucky Red in una versione restaurata in 4K. 

Ambientato in un mondo post-apocalittico, il film ha per protagonisti una bambina che conserva gelosamente un misterioso uovo e un uomo, probabilmente un guerriero, che decide di starle accanto. C’è poco altro da dire circa la trama del film. Perché la pellicola è stata pensata per essere un’esperienza visionaria e sonora come, ormai, non se ne fanno più.

Alla base della collaborazione tra Mamoru Oshii e Yoshitaka Amano, direttore artistico de L’uovo dell’angelo, c’era un progetto mai portato a termine. All’inizio degli anni Ottanta, il produttore TMS, forte del successo di Nausicaa della valle del vento di Hayao Miyazaki, propose al futuro fondatore dello Studio Ghibli di dirigere un nuovo lungometraggio animato di Lupin III, dopo Il castello di Cagliostro. Miyazaki declinò l’offerta, proponendo un nome che si stava facendo spazio nell’ambiente, Mamoru Oshii. 

Già regista di numerosi episodi della serie di successo Lamù, Oshii aveva esordito anche in ambito cinematografico con due riduzioni della stessa serie (Lamù: Only You e Lamù: Beautiful Dreamer), ma anche con Dallos, un titolo destinato alla storia come il primo OVA (Original Video Animation, ovvero gli anime destinati all’home video). Il suo parve il nome perfetto per questo progetto che, ben presto, si trasformò in qualcosa di unico e imprevedibile, che avrebbe stravolto l’idea stessa del personaggio Lupin, coinvolgendo tra gli altri anche Amano nel ruolo di direttore artistico. 

TMS però bloccò la produzione, così Oshii decise di dirottare la forza creativa generata dal rapporto con Amano in un progetto destinato alla distribuzione in home video, L’uovo dell’angelo, appunto. Il risultato fu un flop clamoroso, che però  con il tempo ha raggiunto lo status di cult. 

Come sia possibile che un’opera del genere sia stata prodotta senza pensare alle perdite economiche è uno di quei miracoli artistici figli soprattutto della bolla speculativa giapponese, che all’epoca era al culmine, un benessere apparente che permetteva investimenti poco ragionati. Per fortuna, aggiungo. 

L’uovo dell’angelo fu il primo lavoro in cui Oshii palesò le sue aspirazioni autoriali. Lo aveva già fatto con Lamù: Only You e Lamù: Beautiful Dreamer, in cui aveva ribaltato e dissezionato l’idea (soprattutto commerciale) alla base di un personaggio famoso come quello di Lamù e del suo parco di protagonisti. Ma con L’uovo dell’angelo si spinse oltre: il film è disseminato di simboli soprattutto di derivazione cristiana e ha un’ambientazione gotica di chiara matrice occidentale. Si allontana quindi dalla dimensione nipponica tipica della maggior parte delle produzioni dell’epoca, optando oltretutto per una quasi totale assenza di dialoghi. 

L’uovo dell’angelo è un’opera monstre assurda e meravigliosa, ispirata all’animazione francese e soprattutto a quella est-europea e di Jan Svankmajer, con i suo inquietante nonsense. Spinge lo spettatore ad abbandonarsi alle atmosfere, portandolo a rinunciare a dare un’interpretazione di ciò che avviene nello svolgimento della trama.

Un’esperienza visiva e sonora, dove lo sguardo di chi assiste è avviluppato da una fascinazione assoluta portata alle estreme conseguenze dalla mano e dall’estro artistico di Amano, ma anche da una volontà autoriale ben precisa, spesso in bilico tra una dimensione reale e una più onirica come nei film di David Lynch. 

Il film risalta ancora oggi per la qualità tecnica e per la profondità filosofica, che sono diventati nel tempo i paradigmi poetici delle opere di Oshii, come Patlabor 2: The Movie o Ghost in the Shell. È una pellicola sostanzialmente oscura, sia nei toni che nelle colorazioni scelte.

L’uovo dell’angelo è un pezzo di storia del cinema, oltre che la chiave con cui interpretare l’opera complessa di Mamoru Oshii. Ma è anche la testimonianza di un momento irripetibile in cui fare arte per la bellezza della stessa e non per la finalità del puro guadagno permetteva la genesi di opere impensabili e meravigliose, oggi sempre più rare se non impossibili.

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