A Lecce, nel centro storico, a pochi passi dal Duomo, c’è una statua, è la statua di Fanfulla, la leggenda racconta che se la si guarda a lungo, si può vederla muovere. Merito dell’artista che la scolpì, Antonio Bortone, nato a Ruffano nel 1844 e adottato dall’Italia intera.
Figlio di un fabbro, la passione per la materia si insinuò presto nella vita di Antonio Bortone, così come consuetudine radicata nei secoli, da Ruffano si spostò a Lecce per apprendere i segreti dell’arte dai maestri cartapestai.
Fu Alfonso Sozy Carafa a intuire il talento di Bortone mentre visionava il ritratto che gli aveva commissionato e lo spinse a frequentare la scuola di disegno e plastica nell’Ospizio San Ferdinando di Lecce, dove la sua strada incrociò quella di un grande maestro, Antonio Maccagnani, che lo seguì nella formazione fino al momento in cui, grazie a quella che oggi chiameremmo borsa di studio erogata dalla Provincia, partì alla volta di Napoli diretto all’Accademia di Belle Arti, dove ad attenderlo trovò il direttore in persona, Tito Angelini, che fu anche suo docente.
Il periodo napoletano fu per Antonio Bortone il pretesto per guardarsi intorno e scegliere uno stile, oltre che la tematica da trattare nel corso della sua produzione.
Una particolare fascino esercitò su di lui la scultura di temi religiosi e civili.
Dopo quattro anni trascorsi a Napoli, decise di trasferirsi a Firenze dove aprì uno studio e iniziò a lavorare per vivere della sua arte.
Realizzò “Il Gladiatore Morente” con l’ausilio di Giovanni Duprè, scultore controverso e molto apprezzato in Toscana, la statua del marchese Gino Capponi, politico, storico e scrittore, custodita in Santa Croce, mentre per la facciata di Santa Maria del Fiore scolpì i medaglioni con Giotto e Michelangelo e le statue di San Girolamo e Sant’Antonio.
Nonostante il successo riscosso in terra fiorentina, Antonio Bortone non dimenticò il suo Sud, così realizza il busto di Giuseppe Garibaldo, donato all’ospizio di Lecce e i busti dei compositori Giovanni Paisiello e Leonardo Leo su commissione del Teatro Comunale di Napoli.
Ovviamente anche a Lecce giunsero le sue opere: i busti di Scipione Ammirato, Giulio Cesare Vanini, Francesco Milizia, Francesco Maria Briganti e Antonio De Ferrariis furono scolpiti per la Biblioteca Provinciale.
Arriviamo così al 1877, anno in cui realizzò la statua di Fanfulla, Tito (Bartolomeo) Da Lodi, soldato di ventura, cavaliere e capitano di bandiera, che prese parte alla storica Diffida di Barletta al fianco di Ettore Fieramosca. Napoli non apprezzò la scultura, ma all’Esposizione di Parigi fu un trionfo nonostante fosse giunta ammaccata in più punti, e il nome di Antonio Bortone valicò i confini dell’Italia con tutti gli onori dovuti.
La produzione dell’artista è vasta, a Biella è conservato il monumento dedicato a Quintino Sella, a Stradella quello in bronzo di Agostino Depretis, la loggia del Mercato Nuovo di Firenze ospita il monumento di Michele Di Lando. Il busto di Vittorio Emanuele II si trova presso il Senato a Roma e il bassorilievo con Genio Alato che si trova nel pronao di sinistra del Vittoriano, porta la sua firma.
Antonio Bortone rientra tra i grandi della scultura non solo per l’innato talento, ma anche per quella sua peculiare curiosità nei confronti della vita dei personaggi che andava a scolpire perché nella materia voleva racchiudere non solo la figura, ma anche la loro storia, tanto da arrivare a realizzare personaggi che all’occhio dello spettatore sembrano rari custodi di emozioni taciute.
Lungo il suo cammino, Antonio Bortone seminò capolavori, è morto a Lecce il 2 aprile 1938. Aveva 94 anni.