“Era più bello che andare al cinema”. Marco Dalmazio Tarantino, nel 1975, era un bambino, figlio del sindaco di Fiumefreddo Bruzio, nel cosentino. E ha ancora davanti agli occhi, come molti in paese, l’emozione delle pennellate di quell’artista arrivato per caso in quel piccolo borgo che avrebbe rivitalizzato con gli affreschi, a volte provocatori, sui muri del castello e della Cappella di San Rocco. Ultima tappa di un lungo viaggio artistico che dalla natia Sicilia avrebbe portato Salvatore Fiume, attraverso esperienze diverse, a entrare tra i grandi facendo incontrare Novecento e Rinascimento, a superare i confini italiani e a fare di quella vecchia filanda a Canzo, in Lombardia, la sua “bottega”.
    Un viaggio che il critico Roberto Litta ripercorre – accompagnato dall’affettuosa testimonianza dei figli, Luciano e Laura Fiume, e di alcuni esperti – in ‘Salvatore Fiume. Il mestiere della pittura’ di Amalda Ciani Cuka, con la collaborazione di Martina Callegarin e la regia di Pasquale D’Aiello, in onda lunedì 8 dicembre alle 21.10 in prima tv su Rai Storia per ‘Italia. Viaggio nella Bellezza’.
    Lo speciale rilegge alcuni momenti chiave della sua vita: l’amicizia con Buzzati e Quasimodo, l’arte che lo ‘salvò’ dalla guerra, la folgorazione che colpì Alfred Barr, leggendario direttore del Moma, le scenografie alla Scala, l’amicizia con Maria Callas. Per Fiume – che per superare lo scetticismo verso le prime opere metafisiche si era ‘nascosto’ dietro l’inesistente (e ‘fortunato’) pittore spagnolo Francisco Queyo – tutto sarebbe cominciato dalla ‘Città di statue’ della prima personale milanese, nel 1949. Qui prende forma il dialogo tra pittura metafisica e Rinascimento, che si materializzerà in pieno nelle Storie dell’Umbria commissionate da Bruno Buitoni – l’ultimo mecenate, per Fiume – e ispirate a Paolo Uccello e Piero della Francesca. « “Lui – dice Cristina Galassi, docente all’Università per Stranieri di Perugia – guarda a modelli classici della pittura, ma ha ben chiara la pittura del suo tempo e, nella giganteggiante monumentalità metafisica, riesce a creare un connubio fortissimo con la pittura del Rinascimento”. E accade lo stesso con gli enormi dipinti sui transatlantici Giulio Cesare e Andrea Doria, chiesti da Giò Ponti: “Per lui – spiega la storica dell’arte Elena Pontiggia – il passato in arte è sempre presente e dialogare con i grandi maestri non è passatismo, ma una ricchezza assoluta. Non è accademismo, ma omaggio, una sorta di amicizia con i maestri”.
    E c’è anche – tra esperienze che attraversano scultura e architettura – il Fiume viaggiatore, incantato dall’Africa e da quel volto di donna che diventerà la ‘Gioconda africana’, simbolo di bellezza universale. Il volto di Zauditu Negash, che da modella divenne compagna di vita di Fiume, rimasto vedovo.
    Lei ancora conserva la sciarpa che lui le aveva regalato 51 anni fa e lo ricorda così: “Anche se non c’è, camminiamo ancora insieme, sempre”. 
   

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