Ci sono mazzette in cambio di un’attestazione falsa di residenza per avere la cittadinanza italiana o per ottenere falsi certificati di morte. In altri casi le bustarelle hanno facilitato l’aggiudicazione di appalti nella sanità, per la gestione dei rifiuti piuttosto che per la realizzazione di opere pubbliche, la concessione di licenze edilizie, l’affidamento dei servizi di refezione scolastica. Ci sono scambi di favori per concorsi truccati in ambito universitario. E ancora, le inchieste per voto di scambio e quelle relative alle grandi opere con la presenza di clan mafiosi. A ridosso della Giornata internazionale contro la corruzione, Libera ha scattato una fotografia delle principali inchieste sulla corruzione nel nostro Paese nell’anno in corso di cui sono emerse notizie di stampa. L’istantanea, spiegano, mostra un quadro allarmante: l’avanzata sotterranea e senza freni della corruzione in Italia. E Palermo non fa eccezione.
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Da Torino a Milano, da Bari alla Sicilia, da Genova a Roma, passando per le città di provincia come Latina, Prato, Avellino, o quelle del Salernitano, nel corso di quest’anno incessantemente si sono registrate inchieste con il coinvolgimento in una vasta gamma di reati di corruzione di un migliaio di amministratori, politici, funzionari, manager, imprenditori, professionisti e mafiosi. Dal primo gennaio al primo dicembre scorso, Libera ha censito da notizie di stampa 96 inchieste su corruzione e concussione (erano 48 l’anno scorso), circa 8 inchieste al mese. Ad indagare su questo fronte sempre caldo si sono attivate 49 Procure in 16 regioni. Complessivamente 1.028 (lo scorso anno erano 588) sono state le persone indagate per reati che spaziano dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso.
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Dall’analisi delle inchieste, ancora in corso e dunque senza un accertamento definitivo di responsabilità individuali, emerge una corruzione “solidamente regolata”, spesso ancora sistemica e organizzata, dove a seconda dei contesti il ruolo di garante del rispetto delle “regole del gioco” è ricoperto da attori diversi: l’alto dirigente oppure il faccendiere ben introdotto, il “boss” dell’ente pubblico o l’imprenditore dai contatti trasversali, il mafioso o il politico d’affari. Sono 53 i politici indagati (sindaci, consiglieri regionali, comunali, assessori) pari al 5,5% del totale delle persone indagate. Di questi 24 sono sindaci, quasi la metà. Il maggior numero di politici indagati riguarda la Campania e la Puglia con 13 politici, seguita da Sicilia con 8 e Lombardia con 6.
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“Si tratta di un quadro sicuramente parziale, per quanto significativo, di una realtà più ampia sfuggente. Oggi – commenta Libera – il ricorso alla corruzione sembra diventare sempre più una componente ‘normale’ e accettabile della carriera politica e imprenditoriale. Una strategia spesso vincente, che avvantaggiando i disonesti induce una ‘selezione dei peggiori’ e per questa via degrada in modo invisibile la qualità della vita quotidiana, dei servizi pubblici, della pratica democratica. Questo processo di ‘normalizzazione’, infatti, fornisce agli occhi di molti una rappresentazione della corruzione come elemento ordinario e giustificabile, quasi una componente strutturale della nostra società e della nostra cultura. Ne scaturisce una rassegnazione che finisce per pervadere tanto la sfera privata che quella pubblica, portando troppi cittadini a considerare la corruzione e le mafie come fenomeni invincibili, quando non è affatto così. Essi prosperano però nell’indifferenza, nel disincanto, nella complicità di una parte della società”.
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Dalla ricerca di Libera, più in dettaglio, si evince che le regioni meridionali compreso le Isole primeggiano con 48 indagini in totale, seguite da quelle del Centro (25) e dal Nord (23). Prima in classifica la Campania con 18 inchieste, seguita dal Lazio con 12, Sicilia con 11. La Lombardia con 10 inchieste è la prima regione del Nord. Se si guarda al numero delle persone indagate la classifica cambia. Prima rimane sempre la Campania con ben 219 persone indagate, segue la Calabria con 141 indagati, terza la Puglia con 110, a seguire la Sicilia con 98. Prima regione del Nord è la Liguria con 82 persone, seguita dal Piemonte con 80.
La mappa delle inchieste e il numero degli indagati, per i quali naturalmente vale una presunzione di innocenza, è frutto di una ricerca avente come fonte lanci di agenzie, articoli su quotidiani nazionali e locali, rassegne stampe istituzionali, comunicati delle Procure della Repubblica e delle forze dell’ordine.
“Non è un’anomalia, la corruzione dilaga in ogni contesto”
“I dati che presentiamo – commenta Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera – ci parlano con chiarezza: la corruzione in Italia non è affatto un’anomalia bensì un sistema che si manifesta in mille forme diverse, adattandosi ai contesti, riflettendo l’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Da quelle più ‘classiche’, come la mazzetta, l’appalto truccato, il concorso pilotato, fino a quelle ormai pressoché legalizzate, frutto di una vera e propria cattura dello Stato da parte di un’élite impunita: leggi e regole scritte su misura per i potenti di turno, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache tra decisori pubblici e portatori di soverchianti interessi privati. La questione va molto al di là delle singole responsabilità individuali. Sono all’opera meccanismi che, se non svelati e contrastati, rischiano di consolidare un sistema di potere sempre più irresponsabile. Non basta invocare pene più severe o attendere l’ennesima inchiesta giudiziaria, spesso destinata ad arenarsi in un nulla di fatto: occorre rinnovare un patto forte e lungimirante tra istituzioni responsabili e cittadinanza attiva”.
“Da un lato – prosegue – le istituzioni pubbliche consolidino i presidi di prevenzione e si dotino di strumenti efficaci di contrasto della corruzione, anziché delegittimarli e indebolirli come si è fatto negli ultimi anni. Dall’altro, la cittadinanza deve potenziare la capacità di far sentire la propria voce, investendo in una crescita della cultura della segnalazione, del monitoraggio civico, dell’impegno condiviso nel difendere i beni comuni e l’interesse pubblico”.
“Le cricche sono figlie di scelte interessate”
“Si tratta di un percorso lungo ma necessario, che va a scalfire abitudini radicate, convenienze consolidate, disincanto diffuso. La corruzione sistemica e la cattura dello Stato da parte delle cricche di corrotti non sono affatto un destino. Piuttosto, sono il risultato di scelte interessate, connivenze, omissioni. È ancora possibile – conclude Rispoli – per istituzioni e cittadini scegliere di stare dalla stessa parte, investire a livello politico e culturale nell’affermazione dei valori alternativi di integrità, trasparenza e giustizia sociale possono, e così costruire insieme uno Stato che non sia preda di pochi, ma bene comune di tutti”.
Fonte: Adnkronos