Il governo con la legge di Bilancio in discussione ha frenato l’aumento dell’età pensionabile prevista dalle leggi in vigore aggiungendo un solo mese a partire dal 2027 anziché tre per andare poi a regime l’anno seguente quando per lasciare il lavoro occorreranno o 67 anni e 3 mesi di età oppure 43 anni ed 1 mese (un anno in meno le donne) anziché 42 e 10 mesi. Ma questo sarebbe solo il primo step, perché poi negli anni seguenti il meccanismo, in assenza di interventi, continuerebbe ad avanzare: rispetto al 2026 nel 2029 sarebbero richiesti 5 mesi in più, +7 nel 2031, +8 nel 2033, +13 nel 2024 e +23 nel 2050.

L’analisi della Cgil

Non è un caso che tutti i sindacati chiedano di arrestare questa escalation e che anche a livello di governo si pensi ad intervenire, al più tardi l’anno prossimo come chiede al Lega. Sarebbe urgente, indispensabile farlo, anche perché analizzando la situazione attuale del mercato del lavoro ed i livelli di reddito, come ha fatto la Cgil, si scopre che per tanti lavoratori italiani quella dell’aumento dell’età pensionabile in assenza di interventi si rivelerà una vera e propria trappola. Da un’analisi dell’Osservatorio previdenza della Cgil emerge infatti come l’aumento dei requisiti pensionistici previsto dal governo all’articolo 43 della legge di Bilancio, in discussione in queste settimane, avrà ricadute ancora più pesanti su chi già oggi vive di lavoro povero. In Italia quasi un lavoratore su tre — oltre 5,1 milioni di persone, pari al 29% dei dipendenti privati — pur lavorando non riesce a farsi riconoscere un anno pieno di contributi, perché intrappolato in contratti brevi, part-time involontari e salari troppo bassi. Si tratta soprattutto di donne e giovani, proprio coloro che subiranno le conseguenze peggiori dell’aumento automatico dei requisiti legato all’aspettativa di vita.

I conteggi per i redditi più bassi

«La nostra analisi, basata sui dati dell’Osservatorio Inps sulle retribuzioni — spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale — dimostra che dal 2028 chi ha retribuzioni basse dovrà lavorare settimane e mesi in più solo per recuperare l’incremento di tre mesi deciso da questo esecutivo».

Secondo i calcoli della Cgil, ad esempio, con 5.000 euro annui, ad esempio, per ottenere i 3 mesi aggiuntivi previsti serviranno quasi 2 mesi di lavoro in più; nel 2040, per compensare l’ulteriore incremento, ne serviranno oltre 7; nel 2050 si arriverà a un anno e un mese in più di lavoro, perché ogni 20 mesi lavorati ne varranno solo 12 ai fini della pensione. La simulazione evidenzia effetti rilevanti anche su redditi leggermente superiori. «Per chi percepisce 8.000 euro l’anno — prosegue Cigna — i 3 mesi in più del 2028 significano circa un mese e una settimana aggiuntivi di lavoro; nel 2029, con l’aumento a 5 mesi, serviranno almeno altri due mesi; nel 2040, per recuperare i 13 mesi stimati, saranno necessari quasi 5 mesi di lavoro ulteriore; e nel 2050, con +23 mesi previsti, si dovranno aggiungere oltre 8 mesi di lavoro ai 13 mesi già stimati».

Insomma si tratta di un meccanismo che rende la pensione sempre più lontana proprio per chi ha avuto una vita lavorativa determinata da bassi salari. «Questo governo aveva promesso agli italiani il superamento della legge Monti-Fornero e il blocco dell’adeguamento automatico dal 2027 – denuncia la segretaria confederale Cgil, Laura Ghiglione – mentre in realtà l’articolo 43 della legge di Bilancio conferma l’aumento dei requisiti e si andrà in pensione più tardi, scaricando la sostenibilità del sistema su chi ha meno tutele e guadagna meno, spesso giovani e donne in part time».

Il nodo del minimale contributivo

La Cgil mette in guardia anche su un altro fenomeno definito «gravissimo». Riguarda il minimale contributivo che dal 2022 è cresciuto del 16,5% quindi molto più dei salari. «Questo comporta che anche chi lavora tutto l’anno perde settimane di contributi utili – spiega ancora Cigna -. A retribuzione invariata, dal 2023 al 2026 un lavoratore può perdere 22 settimane, oltre 5 mesi e mezzo di pensione futura cancellati pur avendo lavorato ogni singolo giorno». A fronte di un trattamento minimo fissato per il 2025 a 603,4 euro il limite di retribuzione per garantire l’accredito contributivo obbligatorio o figurativo è fissato al 40% del trattamento minimo. E per questo, per essere considerato valido, come anno contributivo occorre che la retribuzione settimanale lorda arrivi ad almeno 241,36 euro (12.551 euro lordi annui). Chi ha salari bassi, lavori discontinui, part-time o rapporti brevi, pur lavorando un intero anno rischia concretamente di non avere una contribuzione sufficiente.

«Siamo di fronte a una scelta politica che aggrava le disuguaglianze» sostiene Ghiglione. «La pensione non può diventare un privilegio per pochi. Chi ha svolto lavori più poveri, precari e pesanti deve poter andare in pensione prima, non dopo. Invece questo governo fa l’esatto contrario. Anche per queste ragioni – conclude la sindacalista – il 12 dicembre saremo in sciopero in tutta Italia per chiedere sanità pubblica, politiche industriali e occupazione stabile, salari dignitosi e pensioni giuste e una vera riforma del sistema previdenziale, perché non si può essere poveri al lavoro e ancora più poveri da pensionati, magari pur avendo lavorato una vita».