Prima di tutto, come è nata l’idea di creare GiveMe?
«Sembra incredibile ma è nato tutto un po’ per caso quando mi trovavo in piena quarantena a Los Angeles. Il mio amico Aidan portò a casa della pittura per tessuti: ai tempi vivevo in un ambiente molto artistico perché studiavo recitazione e frequentavo tante persone del settore. Amo il vintage da sempre e avevo un armadio pieno di capi trovati ai mercatini. Così, dato che mi annoiavo, presi un paio di pantaloni dalla mia collezione, immersi le mani nella pittura e le stampai sui jeans per poi scrivere una frase dal mio diario, we feel so safe in our nest we forget we have wings to fly (letteralmente, ci sentiamo così al sicuro nel nostro nido che dimentichiamo di avere ali per volare, n.d.r.) sul davanti. Senza saperlo stavo usando un capo di abbigliamento come un mio diario personale».
Come ha vissuto quel primo periodo, prima di trasformare l’idea in un brand vero e proprio?
«All’inizio ero sorpresa. Inizio a indossare i jeans e le persone mi fermano per chiedermi da dove provengono, come possono procurarseli. E’ un particolare che amo molto degli Stati Uniti, una libertà che ha formato il mio carattere. Quando ero adolescente, a Roma, vivevo in un ambiente un po’ chiuso e interagire con gli sconosciuti per strada era considerato strano. Quando mi sono trasferita negli USA, invece, ho scoperto di potere essere me stessa, indossare capi fluo o persino il pigiama per uscire perché nessuno mi avrebbe giudicata. È stato liberatorio».

Sul suo account Instagram, Jacqueline Luna ha documentato il processo creativo che le ha permesso di creare GiveMe.

I colori per tessuto usati per dipingere i capi GiveMe.
Come concilia la passione per arte, moda e charity in un solo progetto?
«A Los Angeles, quando indossavo i jeans che avevo personalizzato, in molti si avvicinavano per chiedermi dove potevano trovarli. Mi sembrava incredibile che uno sconosciuto potesse apprezzare qualcosa che avevo fatto io, eppure era proprio così. Poi, nei primi mesi del 2022 scoppiò la guerra in Ucraina, un evento che mi colpì molto. Ai tempi, avevo un seguito molto importante, dovuto alla relazione con il mio compagno, e volevo usare la popolarità per fare qualcosa di buono».
Come ci riuscì?
«Andai da Goodwill, un charity shop molto diffuso negli States, e acquistai dieci paia di jeans che personalizzai e misi all’asta su Instagram, ricavando 700 dollari. Li usai per acquistare beni di prima necessità che affidai a un amico che sarebbe poi andato in Ucraina a consegnare gli aiuti di persona. Fu un’iniziativa spontanea, fatta con trasparenza (condivisi ogni passaggio con i followers sui social) e le migliori intenzioni. Ora che ho più esperienza e in seguito al dibattito sui problemi di opacità legati alla beneficenza on-line, mi rendo conto che si tratta di azioni che richiedono grande attenzione e sensibilità. Per me, però, è stato un momento fondamentale perché ho capito che stava nascendo qualcosa di più grande di un marchio di abbigliamento. Stavo lanciando un messaggio e quello che facevo poteva aiutare gli altri».

Alcuni dei capi creati per raccogliere fondi per i rifugiati ucraini.

Un momento della decorazione dei capi.
È appassionata anche di recitazione, come si concilia con il suo brand?
«Il mio sogno è sempre stato il cinema, una strada che però richiede molto tempo, per trovare il film e i ruoli giusti. Così ho iniziato a vedere Give Me come se fosse la mia personale sceneggiatura, che mi permette di scegliere cosa e come raccontare. Il cinema rappresenta la mia essenza, ma quello che desidero di più è trasmettere un messaggio. Se inizialmente il mio primo obiettivo era smuovere le emozioni delle persone attraverso lo schermo, ora è farlo con i miei strumenti, come la pittura e la moda. Non a caso, il motto di Give Me sta diventando sento tutto troppo forte, una frase condivisa on-line in un momento di vulnerabilità, nella quale molte persone si sono ritrovate».