Asserragliato in cima alla montagna, zio Bartolo Naso decideva quando potevi tornare a giocare a tennis.
Già, perché negli anni Settanta di racchetta ne avevamo solo una, e quando si spaccava si andava da Seidenari in corso Vittorio Emanuele a scegliere il nuovo telaio e le corde. Telai e corde, una volta la settimana, erano recapitate ad Erice a Bartolo che, unico depositario dell’arte, provvedeva ad incordarle a mano, in un tempo in cui non c’erano le macchine ad aiutare a sveltire l’operazione.
Quando le attrezzature prendevano la via del ritorno, giungevano infine nelle nostre mani, pronte a farne pessimo uso (almeno nel mio caso).
Funzionava così, non c’erano campi e si giocava per strada, ma quel luogo ad Erice, quel campo in terra rossa, quegli alberi, quell’aria fresca, rappresentavano il luogo mitico d’uno sport emerso dall’esclusività dei circoli nobili. In quel luogo aperto solo d’estate, dominava zio Bartolo che seppure attorno ai quaranta, e quindi non certo anziano, a noi appariva come una specie di totem per stazza fisica, vocione e l’autorevolezza semplice di chi non ammette repliche.
Il campo era stato inaugurato nel settembre del Sessanta, e subito Bartolo ne diventò custode e gestore, imparando a “lavorare” il campo in terra, un’arte tramandata al figlio Enzo.
La sua gestione è durata trent’anni, ma è andata anche oltre perchè seppur in pensione lo trovavi sempre lì. Quel campo diventò col tempo un punto di riferimento del tennis siciliano, pure internazionale con la Coppa Sofia, torneo femminile ben frequentato. Era anche il campo in cui potevi veder giocare Enzo, diventato numero 9 d’Italia ai tempi di Panatta e Barazzutti, quando andava di moda un tennis umano e non robotizzato come l’odierno. E potevi vederlo, Enzo, fare smash che andavano fuori campo con la racchetta di legno.
Zio Bartolo Naso, padre di Enzo, Mimma e Margherita, nonno di Gianluca e Alessandra, bisnonno di Ludovica e Nicolò, classe 1934, se n’è andato sabato. Lo saluteremo martedì, alle 9,30 alla chiesa di San Cataldo nella sua Erice.

