Trent’anni fa il rimbombo dei tamburi ha fatto irruzione nel mondo del cinema con il suo frastuono incessante. Parliamo, naturalmente, di Jumanji, il film di Joe Johnston tratto dal libro illustrato del 1981 firmato da Chris Van Allsburg, che ha portato sul grande schermo un’opera che ha saputo cambiare forma nel tempo, diventando un franchise rilanciato negli ultimi anni: nel 2005 è stato realizzato un sequel ambientato nello stesso universo, ovvero Zathura – Un’avventura spaziale, in seguito è stata prodotta una serie televisiva d’animazione omonima e due sequel più recenti, Jumanji – Benvenuti nella giungla (2017) e Jumanji: The Next Level (2019). Nessuno dei capitoli più moderni ha però raggiunto l’impatto del film originale del 1995, una pellicola che è riuscita a dosare con grande abilità commedia, fantastico e avventura e che, nonostante critiche aspre e recensioni avverse, è stata un successo commerciale, guadagnando 262 milioni di dollari al botteghino internazionale, costando 65 milioni di dollari per essere realizzato.

Dentro Jumanji abitano universi molto diversi: da Jurassic Park a Peter Pan, da La vita è meravigliosa a Il mago di Oz. È un’opera che intreccia mondi e immaginari lontani, sostenuta da un cast brillante e affiatato, capace di dare vita a personaggi memorabili: Robin Williams, Bonnie Hunt, Kirsten Dunst, Bradley Pierce, Jonathan Hyde e Patricia Clarkson. La storia ci porta nel New England nel 1869. Due fratelli spaventati si addentrano nel bosco per seppellire una cassa sotto terra. Un secolo dopo, il dodicenne Alan Parrish, trova lo stesso baule chiuso, dissotterrato in parte, in seguito a dei lavori in un cantiere vicino la fabbrica di scarpe di suo padre. Alan trova all’interno di quella cassa interrata un oggetto curioso con un nome scolpito sulla superficie: Jumanji.

Gli effetti speciali di Jumanji

Affascinato da quel ritrovamento, scopre ben presto che Jumanji è un gioco da tavolo piuttosto singolare. Una volta in casa, dopo che i suoi genitori sono usciti per un evento serale, Alan invita la sua compagna di classe Sarah a giocare assieme a lui. Due mosse dopo, Alan viene confinato nella giungla (“Nella giungla dovrai stare, finché un 5 e un 8 non compare”), mentre la sua amica Sarah viene inseguita da uno stormo violento di pipistrelli africani. Alan resta rinchiuso nel perimetro asfittico del gioco per 26 anni, fino a quando due bambini, Judy e Bradley, trovano Jumanji nella soffitta della stessa dimora e ne continuano il gioco interrotto anni prima. Una volta tornato, Alan non è più il dodicenne di una volta: è un uomo adulto, i suoi genitori sono morti, la fabbrica del padre ha chiuso. L’unico modo per far tornare tutto com’era, e annullare i danni e il caos che il gioco ha portato nel mondo, è concludere la partita iniziata trent’anni prima.

Jumanji è un film che non porta te nel suo mondo ma porta il suo mondo a te. E lo fa con una potenza immaginifica e con un uso intelligente degli effetti speciali che meritano un’attenzione particolare, essendo innegabilmente uno dei punti di forza del film. La pellicola mescola tecniche pratiche e digitali, integra abilmente computer grafica, animatronic, modellini, immagini generate al computer, effetti meccanici che conferiscono al mondo di Jumanji una fisicità e una tridimensionalità sorprendente. Tutti gli animali come rinoceronti, scimmie, leoni, pipistrelli, zanzare, sono stati generati al computer, mentre altri avevano anche un omologo animatronic, come ad esempio il leone, che è protagonista di diverse scene all’interno della dimora dei Parrish. La sua fisicità è talmente vivida, tangibile, quasi palpabile, proprio per questa commistione tra effetti visivi e pratici.

Un’avventura vorticosa

È innegabile che dopo Jurassic Park, uscito due anni prima, la sfida sarebbe stata proprio quella di raggiungere quel livello di maestria visiva e di conseguenza di portare sullo schermo un realismo visivo e la capacità di far percepire il pericolo come reale, vicino. Dopotutto per dare vita ai dinosauri di Jurassic Park, Spielberg si rivolse agli Stan Winston Studios, creando creature realistiche destinate a integrarsi con gli effetti digitali sviluppati dalla Industrial Light & Magic, la stessa azienda che avrebbe poi curato gli effetti visivi di Jumanji. E il risultato è qualcosa di sorprendente perché il regista ci invita ad osservare come l’avventura, la magia possa radicarsi in uno scenario assolutamente familiare, come un semplice salotto borghese del New England poi possa diventare una savana ruggente, travolta dai monsoni, dai coccodrilli, dalle piante rampicanti e da un grosso baccello di colore giallo, che tanto somiglia a un Demogorgone uscito da Stranger Things.