Mario Di Paolo, wine designer, fotografo e fondatore di Spazio Di PaoloMario Di Paolo, wine designer, fotografo e fondatore di Spazio Di Paolo

 

Alcuni imparano a vedere. Altri, invece, imparano a vedere dentro. Mario Di Paolo appartiene a questa seconda, rarissima categoria. Un talento autentico, cresciuto in una casa in cui l’arte non era un’attività, bensì un destino respirato ogni giorno.

Suo padre, fotografo professionista e docente, portava con sé la disciplina della luce e dell’attesa; sua madre, scultrice e pittrice, la forza delle mani e della materia. È in questo incrocio di visioni e gesti che Mario ha trovato il suo orientamento.

A sedici anni era già fotografo d’arte. A vent’anni lavorava per gallerie e artisti che avrebbero segnato la storia contemporanea: Pistoletto, Spalletti, Kosuth, Kiefer. Passava le giornate in sala posa, sotto una luce rossa che misurava il tempo, aspettando che un foglio bianco decidesse finalmente di rivelarsi. Ed è forse lì che ha compreso la lezione più preziosa: creare significa togliere. Eliminare il superfluo, lasciare emergere l’essenziale, custodire lo sguardo.

Per molti anni la fotografia è stata tutto. Arte, ma non solo. Nello studio di suo padre entravano di tutto: pezzi di metallo, tubi, alimenti, liquidi, e naturalmente bottiglie di vino. Il fotografo “di una volta” doveva saper fare tutto e Mario, eredita quella stessa versatilità. Così, oltre ai lavori d’arte, si ritrova a fotografare still life per le aziende del territorio: etichette, bottiglie, dettagli tecnici. È in quel contesto professionale, nato quasi per continuità familiare, che inizia a osservare da vicino il linguaggio visivo del mondo del vino.

Passava giornate intere dietro al banco ottico, illuminando bottiglie una dopo l’altra: fino a mille l’anno. Un esercizio di pazienza, tecnica e precisione che lo ha reso uno dei pochi capaci di far parlare una superficie di vetro. Ed è proprio lì, sotto quelle luci, che qualcosa ha iniziato a incrinarsi.

Quelle etichette non gli restituivano ciò che il vino meritava. Non erano sbagliate: erano insufficienti. Mancava loro un’anima, un linguaggio capace di raccontare la storia, la terra, il tempo che ogni vino porta con sé. «Non capivo perché non mi piacessero», ricorda. Così ha iniziato a studiarle come studiava le fotografie: smontandole, analizzandole, cercando la causa di quel vuoto.

Finché un giorno semplice e definitivo ha messo un punto: “Basta. Ora le faccio io”.

Non è stato un cambio di mestiere, ma un cambio di prospettiva. Ha portato dentro il vino l’arte, la fotografia, la tecnica, la conoscenza dei materiali e dei processi produttivi. Ha trasformato l’etichetta da superficie stampata a linguaggio. E da quel momento nulla sarebbe più stato come prima.

La conferma di essere sulla strada giusta arriva nel 2012. Il progetto Ausonia, realizzato per una cantina abruzzese, ottiene quattro premi al Vinitaly. Per lui, che non aveva mai ricevuto neppure una medaglia scolastica, è una rivelazione. Non un punto d’arrivo, ma l’inizio di un percorso che lo porterà a ripensare l’intero settore del packaging Wine & Spirits: etichette interattive, tecniche di stampa mai utilizzate prima, sovrapposizioni di carte e materiali capaci di dare alle bottiglie una dimensione quasi scultorea.

Premio dopo premio – fino all’incoronazione come Designer of the Year ai Pentawards nel 2021 e al Best of the Best al Red Dot nel 2016 – Mario diventa un riferimento internazionale. E il suo studio, Spazio di Paolo, assume una forma nuova: non più soltanto un luogo di progettazione, ma un habitat creativo immerso nella campagna di Spoltore, un laboratorio in cui arte, filosofia, biodiversità e tecniche di stampa si contaminano di continuo. È un crocevia. Un avamposto. Un ecosistema culturale. Uno spazio di vita, come ama definirlo.

A confermarlo non sono soltanto i riconoscimenti, ma anche il ruolo che gli viene affidato a livello istituzionale. Veronafiere affida a Mario Di Paolo la Direzione Artistica del Vinitaly Design Award, chiamandolo a dare una visione a uno spazio che mette al centro il dialogo tra vino, design e cultura visiva.

In soli due anni, quel premio diventa uno degli appuntamenti più attesi di Vinitaly. Non per l’effetto spettacolare, ma per la qualità del pensiero che riesce a generare. Mario lo trasforma in un luogo di confronto, di ricerca, di responsabilità culturale. E a suggellare questo passaggio, invita Michelangelo Pistoletto – uno dei maestri incontrati all’inizio del suo percorso – nel ruolo di Presidente Onorario.

È un ritorno alle origini, ma da una posizione nuova: non più soltanto quella di chi crea, ma di chi orienta.

Oggi Mario non è più geloso del suo sapere, come lo era vent’anni fa. La consapevolezza, quella che arriva solo dopo aver camminato a lungo, lo ha portato a un cambio di sguardo: ora la sua priorità è trasferire. Ha costruito un team di dieci persone che considera il futuro dello studio. Le forma, le accompagna, le espone al mondo. Perché, come dice lui, “non si può creare senza conoscere tutto, dalla tecnica ai materiali, dai processi produttivi alla chimica del vino”. La creatività, senza struttura, è un lampo destinato a spegnersi.

C’è un altro luogo che gli ha cambiato la vita: Napa Valley. Nel 2020, durante uno speech per il mondo del vino californiano, Mario percepisce una sintonia rara. Le colline, le vigne, la lentezza del tempo gli ricordano che l’arte – come il vino – è un dialogo con la natura e con la memoria. È così che decide di aprire lì la prima società americana dello studio. Non come fuga, ma come estensione del “saper fare” italiano, un po’ come hanno fatto i grandi brand del nostro vino. Napa gli permette di respirare un ritmo diverso: la metropoli di San Francisco alle spalle, la terra davanti. È un equilibrio che racconta anche la sua interiorità.

La fotografia, intanto, rimane il suo luogo sacro. “È meditazione”, dice. “È attesa. È l’arte di togliere”. E in quell’arte del togliere c’è tutta la sua filosofia: scegliere cosa rimane e cosa scompare, cosa vale davvero e cosa può essere lasciato fuori dal quadro.

Una lezione che oggi trasmette anche alle sue figlie, con un approccio semplice e potente: non imporre, non indirizzare, non condizionare. Solo chiedere loro di guardare e ascoltare. Il resto verrà da sé.

Chi lo conosce bene sa che Mario vive l’arte con la stessa naturalezza con cui altri respirano. Entra negli studi degli artisti, li accoglie in casa, dialoga con loro come si fa con i compagni di viaggio. È un uomo che continua a cercare. A sperimentare. A togliere.

Perché il suo è un mestiere che non si esaurisce mai: è un modo di stare al mondo.

#ToBeContinued
Andrea Bettini