A un certo punto Douglas Kelley, il Rami Malek premio Oscar per il Freddy Mercury di “Bohemian Rhapsody”, dice al sergente Howard Triest (l’attore britannico Leo Woodall): «Se potessimo definire psicologicamente il male, potremmo fare in modo che una cosa del genere non accada mai più». Pia illusione con difficoltà decisamente sottovalutate, libertà che si concedono gli sceneggiatori anche dei migliori film. 

Kelley è lo psichiatra americano spedito a sorvegliare i ventidue gerarchi nazisti che il più famoso dei tribunali internazionali della storia processerà dal 20 novembre 1945, ottant’anni fa di questi tempi. Il film è “Norimberga”, arriva nei cinema italiani oggi con ambizioni alte soprattutto per l’interprete principale, il Russell Crowe mandato all’ingrasso per entrare nei panni (ci si perdoni la contraddizione semantica) scomodissimi di Hermann Göring, il più cattivo dei cattivi. 

Budget imponente, scenografie maestose, ambientazioni cupe, due ore e mezzo in cui lo psichiatra deve valutare se il braccio destro di Hitler sia idoneo a essere processato. Lo è senz’altro e Kelley lo capisce cinque minuti dopo i titoli di testa, ma in cerca della natura profonda del male finisce per farsi attrarre dall’io smodato di un Göring che dissimula, nasconde, intossica, mente – a tratti anche a se stesso –, affascina il povero psichiatra e magari anche lo spettatore. 

Un gioco mentale sottile, con il film sempre in bilico tra l’ambizione di una ricostruzione appropriata di un momento fondante della nostra cultura giuridica, dell’idea che difendiamo di cosa siano i crimini contro l’umanità (di quali sarebbero i limiti invalicabili) e le necessità di Hollywood di non annoiare, col passo del thriller psicologico. Un “Hannibal the Cannibal vs Clarice Starling” in salsa storica. 

Kelley proprio tonto non è: strada facendo realizza che i tronfi nazisti non sono fuori di testa, né insoliti dal punto di vista psichiatrico. Sono normali, banali, il frutto di un’ideologia che permette di non chiedere il conto alla propria coscienza. Il punto di caduta finale di un’umanità fragile. Sono riproducibili. Peccato che alla stessa conclusione sia arrivato qualcun altro sessant’anni prima e con più profondità. 

Il film è basato sul romanzo “The Nazi and the Psychiatrist” scritto nel 2013 da Jack El-Hai, sulla vera storia del medico che per cinque mesi esaminò Göring, uno che dopo divenne capo del dipartimento di Psicologia a Berkeley e che finì per suicidarsi allo stesso modo, con una capsula di cianuro. Il film ha fatto storcere il muso a diversi critici dall’altro lato dell’Oceano. «Fatica a dare un senso drammatico a una mole di materiale ancora più densa», scrive il New York Times, «Non mette mai a nudo l’uomo che si cela dietro il mito del male», dice Variety. Esagerano. 

“Norimberga” ha il merito di continuare a interrogarsi sulle radici e l’ascesa dell’intolleranza, sulla necessità di mantenere standard di giustizia condivisi, si aggrappa come può al mondo di oggi. Erano creature mostruose o solo gli orchi obbedienti del loro Signore Oscuro? Il quesito accompagna comunque gli spettatori all’uscita. Ma la domanda che i più avveduti dovrebbero farsi, e forse si faranno, è un’altra. Avremo mai una nuova Norimberga? Un tribunale internazionale per i crimini di Vladimir Putin e dei suoi Göring, per i Bashar al Assad e i Ramzan Kadyrov a cui dà protezione e agio, per i Benjamin Netanyahu (perché no?), seppure la tragedia dell’Olocausto resti immane e inavvicinabile. 

Una suprema assise, con le prove e i testimoni sugli eccidi di Bucha, le mattanze del teatro di Mariupol e della stazione di Kramatorsk, i bambini rapiti. E con le condanne pronunciate in mondovisione, a social unificati. Avremo mai una coalizione di veri Volenterosi che sappiano dire «la storia non sarà gentile con chi non ha lottato per la libertà», anche in mancanza di un Winston Churchill che li illumini? Se la memoria non inganna, da quel primo ottobre del 1946 (giorno delle condanne) solo Radovan Karadzic e Ratko Mladic hanno affrontato un tribunale internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità e ancora scontano la pena. Mentre oggi sono quegli stessi giudici dell’Aia, con l’italiano Rosario Aitala tra loro, a dover subire la beffa russa di una condanna a quindici anni in contumacia.

«La gente comune non vuole la guerra. Questo è chiaro, ma è compito dei leader convincerla che è inevitabile» sono parole pronunciate dal vero Göring. Quello di Hollywood pressato dall’inquisitore Robert H. Jackson, un Michael Shannon che candidiamo d’ufficio a una statuetta da attore non protagonista, dal banco degli imputati aggiunge qualcosa del genere: «Se questo è un crimine, allora tutti i grandi statisti della storia sono criminali». Potremmo sentirlo ripetere un giorno, chissà, da nonno Vladimir.