Olbia. In città è conosciuto come uno stimato avvocato, ma chi lo incontra tra i sentieri dell’entroterra gallurese sa che Matteo Faedda custodisce un’altra identità: quella del fotografo naturalista, capace di attendere ore per catturare un battito d’ali, una luce precisa, un gesto unico del mondo animale.
I suoi scatti sono stati ospitati fino allo scorso 14 dicembre nella collettiva delle Ex Casermette di Olbia di “Storie di un attimo, Festival popolare della fotografia“, giunto quest’anno alla sua 14a edizione. Ciò sta a confermare quanto si stia ampliando lo spazio, sempre più attento in città, verso la fotografia di qualità. Una mostra in cui Faedda ha voluto restituire al pubblico l’essenza del suo lavoro: sguardo paziente, immersione nella natura più autentica, amore profondo per la fauna sarda.
Faedda si muove tra due mondi apparentemente distanti — quello razionale e rigoroso del diritto e quello imprevedibile della natura — ma nel suo percorso questi universi si completano.
La fotografia diventa il suo contrappeso, un modo per osservare, rallentare, ascoltare ciò che spesso sfugge alla quotidianità.
“Il volo della Regina diventa racconto”: con queste parole ha presentato l’uscita del volume “Aquila in Sardegna”, edito da Ilisso, di cui è co-autore. Un’opera corale che unisce ricercatori, naturalisti e appassionati, offrendo un viaggio profondo nella biologia e nel valore culturale di uno dei simboli più potenti dell’Isola.
Il testo, dedicato all’aquila reale, non è solo una celebrazione estetica ma un manifesto di divulgazione ambientale. Faedda lo definisce una “lettura per chi ama la Natura selvaggia e per chi crede che conoscere sia il primo passo per proteggere”. Una visione che traspare anche nelle sue fotografie: ogni immagine è una restituzione, un gesto di rispetto, un modo per raccontare ciò che merita tutela.
Tra desideri e sfide non ancora realizzate, Faedda custodisce un sogno fotografico — soggetto raro e schivo, non ancora rivelato — e uno “scatto perduto” che continua a ricordare come l’essenza stessa della fotografia naturalistica: la natura non posa, non attende, non replica. È questo che rende ogni scatto un tesoro irripetibile. L’esposizione alle Ex Casermette e l’uscita del volume dedicato all’aquila confermano un talento che unisce rigore professionale e sensibilità artistica. Il risultato è una testimonianza preziosa della bellezza selvaggia della Sardegna, narrata attraverso l’obiettivo di chi, pur vivendo tra leggi e codici, non smette mai di cercare uno spiraglio di cielo da inseguire. Al nostro incontro sarebbero davvero molte le domande da voler rivolgere a Faedda, per il contesto in cui scatta e per la grande passione che anima il suo fare.
Il libro “Aquila in Sardegna”, di cui è co-autore, racconta la maestosità dell’aquila reale e il suo legame con l’Isola: cosa ha significato per lei contribuire a un’opera che intreccia scienza, cultura e conservazione?
“Il libro Aquila in Sardegna, uscito la scorsa primavera, fa parte di una collana di volumi naturalistici curata da Domenico Ruiu e dalla prestigiosa casa editrice Ilisso, dedicata a sette animali iconici della Sardegna, tra cui l’aquila reale. Ho avuto l’onore di scrivere questo volume insieme a due amici e appassionati fotografi di aquile reali, Antonello Lai di Lula e Gianluca Doa di Nuoro, con contributi anche di altri fotografi e studiosi. Tutti noi abbiamo messo a disposizione anni di esperienza e osservazione sul campo, contribuendo a raccontare aspetti anche inediti di questo nobile rapace. Collaborare con Domenico Ruiu, colui che ha segnato la strada della fotografia naturalistica dei grandi rapaci in Sardegna, è stato un grande onore e ci ha dato un senso di responsabilità e orgoglio. Il libro ci ha permesso di condividere la nostra passione con un pubblico più ampio, non solo specialisti, ma anche chi si avvicina all’aquila per la prima volta. Nel 2022, insieme a Lai e Doa, abbiamo fondato l’associazione Sos Abbilarjos, dedicata allo studio e alla conservazione dell’aquila reale in Sardegna, collaborando con ISPRA e Forestas. Questa collaborazione, continua tuttora, ci permette di portare avanti progetti di ricerca e monitoraggio della specie. Tra i vari dati raccolti, alcuni hanno evidenziato subito quanto le attività antropiche possano incidere sulla sopravvivenza delle aquile in natura. Nel 2022, in Gallura, un giovane aquilotto, che avevamo chiamato Faber, è purtroppo morto folgorato a poca distanza dal nido a causa di una linea elettrica non isolata. Grazie all’attività dell’ISPRA e al nostro supporto di documentazione, quest’anno ENEL ha provveduto a mettere in sicurezza l’intera linea elettrica davanti al sito di nidificazione. Questo intervento dimostra come il lavoro di studio e osservazione, pur nella tragica scomparsa di Faber, abbia permesso di individuare un fattore di rischio per la specie e di trovare una soluzione concreta per proteggerla. L’attività di monitoraggio compiuta dall’associazione Sos Abbilarjos e lo studio condotti insieme a ISPRA includono anche l’uso di piccoli trasmettitori GPS su alcuni giovani aquilotti, in modo da seguirne i movimenti e comprenderne meglio comportamenti, dispersione e interazioni con l’ambiente. Questi dati preziosi ci aiutano a individuare rischi per la specie e a sviluppare strategie concrete per la sua tutela. Nel libro viene descritta questa attività di collaborazione con i predetti enti anche attraverso una ricca documentazione fotografica. Contribuire a questo libro significa quindi combinare passione, esperienza sul campo e ricerca scientifica, portando alla luce il legame profondo tra l’aquila reale e la Sardegna, raccontandone non solo la maestosità, ma anche gli sforzi concreti necessari per la sua conservazione”.
Come nasce la sua passione per la fotografia naturalistica e quale ricordo conserva dei suoi primi scatti nella natura sarda?
“La mia passione per la fotografia naturalistica nasce piuttosto tardi, nel 2014, quando avevo quarant’anni. Fino ad allora il mio rapporto con la natura era passato soprattutto attraverso la caccia: vengo da una famiglia di cacciatori e fin da bambino ho frequentato la campagna seguendo mio nonno e mio padre. Era il mio modo di stare nella natura, di conoscerla e attraversarla. Sono sempre stato un cacciatore molto selettivo, interessato a poche specie alla volta, che cercavo di conoscere a fondo. Negli ultimi anni la mia attenzione si era concentrata esclusivamente sulla beccaccia, un animale straordinario, schivo e misterioso, che mi ha portato a esplorare in silenzio vaste zone della Sardegna centro-settentrionale, dalla Gallura al Nuorese e al Logudoro. Proprio quel rapporto così intimo con la natura e con quell’animale ha però innescato in me un cambiamento profondo. Con il tempo l’atto dell’uccisione ha iniziato a disturbarmi sempre di più: mi rendevo conto che ciò che cercavo davvero non era lo sparo, ma l’incontro, l’osservazione, il tentativo di comprendere come quell’animale vivesse e affrontasse il suo ambiente. Quando questa consapevolezza è diventata più forte di tutto il resto, nella stagione venatoria 2013/2014 ho deciso di smettere di cacciare. Ho messo via il fucile e ho acquistato la mia prima reflex, senza sapere praticamente nulla di fotografia. Ho iniziato a studiare da autodidatta, sui libri e in rete, e soprattutto passando moltissimo tempo in campagna, cercando di mettere in pratica con la reflex tutto ciò che imparavo. In quel periodo è stato importante l’incontro con Domenico Ruiu, noto fotografo naturalista nuorese, che già conoscevo: con lui è nata un’amicizia profonda che dura ancora oggi. Mi ha dato gli stimoli giusti, ma il percorso è stato fatto passo dopo passo, tra errori, delusioni e piccoli miglioramenti. Come già accadeva nella caccia, anche nella fotografia sono diventato selettivo; non fotografo tutto, ma mi dedico a poche specie alla volta, studiandone i comportamenti. È stato sorprendente scoprire quanto poco conoscessi animali che avevo cercato per anni, come ad esempio la pernice; osservarli con binocolo e macchina fotografica mi ha aperto un mondo completamente nuovo. Il vero punto di svolta è arrivato quando, insieme a Domenico, ho iniziato a lavorare su una coppia di aquile reali proprio qui in Gallura. Durante una delle prime uscite, mentre salivamo lungo una parete granitica, un’aquila è comparsa all’improvviso e mi è passata davanti in volo a distanza ravvicinata. È stato un incontro folgorante: in quell’istante ho capito che il mio cammino sarebbe stato legato a quel magnifico animale. Inseguendo il volo delle aquile reali ho scoperto un’altra Gallura: arcaica, aspra, fragile e misteriosa. Una terra che credevo di conoscere da sempre e che invece mi si è rivelata solo allora, insegnandomi che, anche nei luoghi più familiari, siamo spesso ancora degli ospiti”.