Bottiglie in legno, mani a sei dita, cavalli e colombi in metallo sagomati come origami. A che servono? Apparentemente a nulla. “L’incanto, questa cosa inutile e indispensabile come il pane: da nobis hodie incantum quotidianum”, scriveva Gio Ponti nel 1957 in Amate l’architettura. Inutili e indispensabili come i suoi oggetti che Molteni&C ha appena rimesso in produzione, in collaborazione con i Gio Ponti Archives e con la direzione artistica dello Studio Cerri & Associati.

“Questi pezzi sono una chiave per entrare nel mondo creativo pontiano”, spiega Salvatore Licitra, nipote dell’architetto e fondatore del suo archivio. “Sono oggetti che definirei “inutili” in un certo senso, o utili solo se uno è disposto a mettere in gioco la propria fantasia”. Un criterio, questo, trasversale alla produzione di Ponti: “Dalle piante dei suoi edifici e delle sue case, ci si rende conto che studiava cosa vedeva l’osservatore da una prospettiva o da un’altra: l’abitante era il regista della percezione dell’architettura”. Come a teatro, in cui si vive e guarda insieme una realtà che ciascuno immagina individualmente, allo stesso modo Ponti voleva consegnare al fruitore, al residente di un appartamento, a chi passeggiava nelle vie delle città, la possibilità di percepire e giudicare le cose dal suo punto di vista. “Pur venendo dalla cultura ottocentesca, in cui ogni stanza era pensata con il suo arredo, fin dagli anni Venti lui ha iniziato invece a immaginare oggetti mobili, trasportabili, pieghevoli, modificabili, per cui l’abitante viveva in una specie di palcoscenico teatrale dove modellare a proprio piacimento gli spazi. Modernità per Ponti andava a braccetto con versatilità”. Anche gli oggetti ora prodotti da Molteni&C sono allo stesso tempo inutili e versatili, usando un po’ di fantasia.

Il vassoio Architettura di Gio Ponti, riproposto da Molteni&C. Foto Aaron Tilley, Creative Direction Elisa Ossino Studio

Il vassoio Architettura di Gio Ponti, riproposto da Molteni&C. Foto Aaron Tilley, Creative Direction Elisa Ossino Studio 

Sempre centrale il rapporto con gli artigiani, evidente per esempio nel Bucchero, vaso nato dalla collaborazione con il laboratorio Buccheri Antonio Rossi. Questo era l’unico a produrre con un’antica tecnica: dopo una cottura ad altissima temperatura, prevedeva l’essiccazione all’aria aperta, che privava l’argilla dell’ossigeno, conferendole una colorazione nera lucida. “Il Bucchero fu un’operazione tipicamente pontiana: recuperare un reperto antico – andava spesso a visitare il Museo Etrusco – e riportarlo alla luce con l’idea che noi possiamo ridare vita a forme passate, per farle abitare in un mondo diverso, moderno, gestito da noi”. Univa le scorribande nel passato con il confronto continuo con ceramisti, falegnami, ebanisti, vetrai. “Assorbiva dagli artigiani tutte le informazioni possibili, per partecipare fino in fondo alla creazione dell’oggetto. I suoi progetti nascevano sempre da un legame e dialogo diretto con l’azienda o con l’architettura, non erano mai calati dall’alto”.

Pompei, utilizzabile come candelabro o vaso. Foto Aaron Tilley, Creative Direction Elisa Ossino Studio

Pompei, utilizzabile come candelabro o vaso. Foto Aaron Tilley, Creative Direction Elisa Ossino Studio 

Uno degli obiettivi era fare cose comprensibili in tutto il mondo, con tecniche semplici che permettessero di dialogare anche con culture lontane. In quest’ottica nascono gli oggetti rieditati da Molteni&C: “Un bambino che vede quel Cavallo, sia esso europeo, sudamericano o neozelandese, vi riconosce un cavallo. Il fatto che la forma sia universale e semplice, e non abbia bisogno di essere spiegata, rende l’oggetto potente e comprensibile”, spiega Licitra. Anche i nomi scelti sono sempre facili da capire: basti pensare alle sedie Leggera e Superleggera. Idem per questi oggetti: Cavallo, Colombo, Bucchero, La Mano, 7 Tubi, Bottiglie, Architettura. Quest’ultimo è un vassoio esagonale, forma ricorrente nei progetti dell’architetto: dalla pianta del grattacielo Pirelli ai fori della facciata di San Francesco al Fopponino, a Milano.

foto di una mostra a Parigi del 1957. Foto ©Gio Ponti Archives

foto di una mostra a Parigi del 1957. Foto ©Gio Ponti Archives 

Tutti questi pezzi sono nati più per gioco che per la messa in produzione. Alcuni hanno radici in un rapporto di amicizia, come la mano a sei dita proveniente da uno scambio epistolare con l’argentiere Lino Sabatini, oggi realizzata con una lastra in acciaio inossidabile curvata – utilizzabile come portagioielli, se non ci si vuole arrendere all’inutilità. Le bottiglie in legno invece dovevano completare una proposta d’arredo nelle fotografie o nelle mostre: “Erano oggetti che fingevano, ancora “teatralmente”, di essere vere bottiglie, senza il bisogno che lo fossero”.

La Mano riprodotta da Molteni&C. Foto Aaron Tilley, Creative Direction Elisa Ossino Studio

La Mano riprodotta da Molteni&C. Foto Aaron Tilley, Creative Direction Elisa Ossino Studio 

Agli inizi del Novecento – quando nascevano il design, molti nuovi materiali, le produzioni in serie – la creatività di Ponti era funzionale e ricercatissima. Poi, per un certo periodo, fu messo da parte: “Basterebbe guardare alla toponomastica milanese: via Gio Ponti nella sua città esiste, ma è una strada un po’ periferica di Milano, che non c’entra nulla con lui. Il suo ottimismo abbondante, generoso, anche invadente a volte, per un po’ è stato percepito come superato”. E anche oggi, che il suo nome e la sua produzione sono apprezzate in tutto il mondo, si tende a trascurarne il metodo e l’insegnamento: “Ponti aveva uno sguardo sempre rivolto al futuro, non ha mai rifiutato le nuove tecnologie: dai laminati al cemento armato all’alluminio anodizzato, ogni materiale era il pretesto per un diverso tipo di impiego, per spingere la sua applicazione dove non era stato ancora sperimentato”. Forse è stato proprio questo approccio a rendere gli oggetti ancora così moderni. “La sua opera è immediatamente comprensibile in tutto il mondo nella sua semplicità ed essenzialità, perché tirando fuori l’anima di una cosa Ponti fa sì che essa non invecchi mai”. Inutile o indispensabile che sia.