Brutta notizia fa così: Non riesco a pensarci/ Non riesco a non pensarci/ Ma non so che pensare. È del 2025, ed è la poesia che Enrica Bonaccorti ha scritto quando ha ricevuto la diagnosi di tumore al pancreas, quest’anno, di cui ha parlato per la prima volta a fine settembre. Un «haiku» che è finito nell’ultimo libro che ha scritto, ora in libreria, Nove novelle senza lieto fine (Baldini&Castoldi). In un bilancio che è la sua «ultima creatura», a parte una figlia – Verdiana, 51 anni-, due canzoni – La lontananza e Amara terra mia – e cinque libri. Un volume di 252 pagine che, oltre ai nove racconti, contiene «poesie, ballate, aforismi e una preghiera». Una lettura fondamentale per capire chi è Enrica Bonaccorti e in cui lei ha messo «tutta sé stessa».

Perché ha scelto di evitare il lieto fine, e chiudere le sue storie con finali angoscianti, spesso improvvisi?
«La mia prima risposta è che i “non lieto fine” nella vita sono quelli più reali. E comuni. La seconda è che li ho scritti in momenti diversi, e solo poi raggruppandoli e mettendoli insieme, questi racconti che sono tragici, ho capito che avevano in comune un finale insolito. Non avevo un piano, insomma. O forse è perché i “lieto fine” mi annoiano e non c’è nulla che io tema di più della noia, mi viene da capovolgere le cose, dare un brivido… Una cosa che magari è contro di me, ma non riesco a non farlo».

Come lo scorpione a la rana di Esopo?
«In effetti sono uno Scorpione, e quello è un po’ il mio destino, dare il colpo di coda. È più forte di me: non riesco a trattenermi, anche nelle cose che scrivo e che dico».

Nove novelle senza lieto fine, Enrica Bonaccorti

A fine settembre ha raccontato al mondo di avere un tumore al pancreas: all’inizio si è chiusa, poi ha scelto di parlare.
«Perché pian piano ho capito che siamo in tantissimi in questa situazione, che va normalizzata. E allora parlare di me, che sono conosciuta, può dare una spinta per dare informazioni. E ringrazio Elisabetta Sgarbi che mi ha fatto fare questo libro che consente di raccontarmi in modo molto intimo. Non sono la mia malattia».

Partiamo dalla preghiera del libro. Mia madre è un Padre Nostro declinato al femminile, dedicato a sua mamma.
«Perché spero che vegli su di me, lassù. Mia madre è stata fondamentale, miom padre l’avevo perso a 19 anni, non è che lo avessi frequentato molto».

Tira fuori dalla libreria alle sue spalle, dove ci sono, tra le altre cose, un telegatto, una foto in bianco e nero con Domenico Modugno, una foto con la figlia Verdiana, il ritratto della madre accostato a quella di Ingrid Bergman: sono due gocce d’acqua.

«Vede? Tutto quello che ho di buono lo devo a lei, tutto quello che ho potuto fare l’ho fatto grazie a lei, che era una donna bellissima, guardi la foto, la scambiavano per Ingrid Bergman. È una che si è laureata a 20 anni, era molto colta, molto buona, insomma tutto “molto”. Quando si perde qualcuno così vicino, a quelsiasi età, ti vengono 3 mila pensieri di quello che hai sbagliato, di quello che non hai fatto, di quello che non hai chiesto, di quello che non hai ascoltato e di quando non sei stato gentile, e questo forse è il più grande rimorso della mia vita. Pure amandola moltissimo, io non sopportavo certe cose, come mia figlia adesso non le sopporta di me. Quello che consiglio a tutti, chi può, è sgombrare il campo da questi nodi e allargare a quello che sentite veramente. Se avete un telefono in mano, componete il suo numero e ditele: scusa. Perché i figli hanno sempre qualcosa da farsi perdonare dalle madri».