L’intervista

Il sociologo della scienza racconta venti storie di innovazione




Il sociologo Massimiano Bucchi


Il sociologo Massimiano Bucchi




Il sociologo Massimiano Bucchi


Il sociologo Massimiano Bucchi

Un giovane autotrasportatore statunitense, stanco di aspettare che al porto le merci vengano spostate dal suo camion per caricarle su una nave, si chiede se non ci sia un sistema per velocizzare l’operazione. Caricare direttamente il camion prenderebbe troppo spazio; ma si potrebbe caricarne solo il «corpo». Non solo: se i «corpi» fossero tutti uguali, si potrebbe impilarli facilmente uno sull’altro. L’autotrasportatore, Malcolm McLean, ci metterà vent’anni a realizzare la sua intuizione, ma il container rivoluziona il mondo del trasporto di merci. Nei porti di tutto il mondo, oggi, ne passano oltre 800 milioni. È una delle «Idee che cambiano il mondo» che Massimiano Bucchi, docente di Sociologia della Scienza e di Comunicazione della Scienza all’Università di Trento, racconta nel suo ultimo libro edito da Bollati Boringhieri. 

Dieci anni fa usciva il suo «Per un pugno di idee», il nuovo libro è una sorta di seguito?

In un certo senso sì, il format è lo stesso: venti storie di innovazione, dal trolley alla foto digitale, dalla cerniera zip al telecomando. Idee che hanno avuto anche un impatto economico, oltre che sociale e culturale. Si parla spesso di innovazione, ma considerandone solo l’aspetto tecnologico. C’è in effetti una mitologia dell’innovazione facile, come se una tecnologia nuova avesse la capacità di imporsi di per sé quando viene messa a punto. Invece il percorso è più complesso: l’innovazione, nella definizione degli studiosi britannici Dogson e Gann, è un’idea applicata con successo, che deve cioè incontrare un bisogno che la società non sapeva di avere.

Non sono tutte invenzioni recenti, quelle di cui parla, alcune sono lontane nel tempo.

Una delle più antiche risale al 1770 ed è l’introduzione dei numeri civici. Nacque nell’Impero Asburgico: c’era la necessità di reperire uomini validi per l’esercito e l’imperatrice Maria Teresa ordinò di censirli, così i funzionari girarono casa per casa per registrarli, e sui muri facevano dipingere un numero in modo da poterli ritrovare. Questo sistema, nato per un’esigenza precisa, fu poi utile per molti altri aspetti, come la tassazione e il recapito della posta. Ha avuto un impatto mondiale a cui di sicuro non si era pensato.

Com’è accaduto con il container?

Quella è una storia particolarmente interessante: quell’invenzione non ha solo rivoluzionato il trasporto merci, ma l’ha anche standardizzato, perché l’inventore ha avuto la lungimiranza di concedere gratuitamente il brevetto. E in un primo momento gli scaricatori di porto si opposero, perché temevano di perdere il lavoro.

Sembra quanto sta accadendo con l’intelligenza artificiale, che si teme sottragga posti di lavoro.

Ci sono delle analogie. Penso tuttavia sia più probabile che l’intelligenza artificiale porti a un’integrazione tra vecchi e nuovi lavori, che non una sostituzione.

I decisori politici sono pronti a cogliere l’innovazione?

La politica ha un difetto di lungimiranza, tende ad agire nel breve periodo. D’altra parte, è difficile cogliere le conseguenze delle innovazioni. Pensiamo al turismo: il trolley da una parte, i voli low cost dall’altra, l’hanno alimentato moltissimo, per non parlare dei social dove non si vede l’ora di postare la foto delle vacanze.

E le conseguenze?

Il proliferare dei b&b, ad esempio, ma anche degli affitti brevi, che stanno trasformando il mercato immobiliare in un modo inaspettato, che ora si sta cercando di regolamentare.

Il mondo delle aziende, invece, è più reattivo?

Le giovani generazioni di imprenditori hanno una visione dell’economia più ampia. Penso all’attenzione che viene data alle tematiche della sostenibilità e della responsabilità sociale dell’impresa.

È cambiato anche l’atteggiamento dei giovani verso il lavoro. Perché?

Non c’è più l’idea che la vita vada costruita intorno al lavoro, piuttosto il contrario. Quindi l’importanza che danno al tempo libero e alla flessibilità. Per loro è inconcepibile restare per tutta la vita nello stesso lavoro.