Uno spinoso “affare di famiglia” per Sabrina Knaflitz. Non quella vera – la grande tribù dei Gassmann – ma quella portata in scena con “Ubi maior” di Franco Bertini, con la regia di Enrico Maria Lamanna e la produzione de I Due della Città del Sole: l’allestimento è in cartellone al Gioiello da questa sera.

Sabrina, di cosa parla lo spettacolo?

«Il testo racconta una famiglia disfunzionale, in cui nessuno è come sembra. Io interpreto Lorena, una donna che sta attraversando un momento di grande cambiamento personale, che però non ha ancora rivelato né al marito né al figlio Tito, campione olimpico di scherma interpretato da Leo Gassmann, che nella vita è mio figlio».

Anche i social entrano nella storia.

«Sì, il marito, interpretato da Matteo Taranto, è un giornalista ossessionato da un video diventato virale che lo riguarda. Tito torna a casa pensando di dover confortare il padre, ma si trova davanti problemi ancora più grandi, causati dalla madre. C’è poi un quarto personaggio, interpretato da Barbara Begala, un’amica misteriosa che avrà un ruolo fondamentale nel far emergere le dinamiche familiari».

È una commedia?

«È una commedia ironica, ma anche amara, spiazzante. Ci sono momenti divertenti e altri più duri. Non siamo certo davanti a una “famiglia del Mulino Bianco”. Spero che chi vede lo spettacolo si senta più libero di essere se stesso. Spesso nascondiamo parti di noi per non ferire gli altri. Finisce che restiamo intrappolati in un’immagine che non ci rappresenta più».

Le pesa la vita in tournée?

«Io adoro le tournée anche per la dimensione del viaggio, dell’imprevisto. Scopri l’Italia vera, la provincia, alcuni teatri ottocenteschi meravigliosi. È una grande ricchezza».

Torino è una tappa speciale per lei.

«Sì, mio papà era torinese e io amo questa città. La trovo elegante, bella, colta. Il pubblico qui arriva a teatro preparato: per un attore è una gioia incredibile. La città, poi, ha un’eleganza naturale, persino il grissino è chic. È un po’ una Parigi italiana, con quella sua influenza francese».

Recitare con suo figlio Leo: com’è questa esperienza?

«Sul palco non penso che sia mio figlio. Sono talmente concentrata sul personaggio e sulla storia che lui diventa un attore come tutti gli altri anche se tra noi c’è una sintonia naturale».

Leo a febbraio sarà in gara a Sanremo.

«Io non so ancora se vedrò il festival a Sanremo o altrove, ma ovviamente tiferò per lui».

Lei ha avuto un suocero come Vittorio Gassman. Che cosa le ha lasciato?

«Tantissimo. Ho debuttato con lui in “Camper”, presentato al Festival di Spoleto. Avevo un atteggiamento di ascolto totale verso questo mito del teatro italiano. Ho ancora il copione pieno di appunti e consigli che mi dava. La sua disciplina, la precisione, la forza me le porto dietro ancora oggi. Iniziare così ti fa entrare subito nel teatro ai massimi livelli e ti viene voglia di non lasciarlo mai».

Il teatro continua a essere centrale nella sua vita.

«Sempre di più. Ti arricchisce, ti costringe all’ascolto, allo studio. E ti insegna a non giudicare, a cercare sempre il perché delle persone, anche quelle meno gradevoli. Ognuno può essere un personaggio, con una storia dietro. Il teatro ti offre un’altra prospettiva sulle cose».

Essere la nuora di Vittorio, la moglie di Alessandro, la mamma di Leo la condiziona?

«No. Ne sono fiera, ma vado dritta per la mia strada. Il teatro è una bolla che ti protegge: quando sei in scena pensi solo al personaggio. Tutto il resto scompare».

Lei non ha una formazione accademica.

«No, ho studiato Lettere all’Università, ma ho anche fatto workshop di alto livello e tuttora continuo ad allenarmi, perché l’attore è come un atleta. Ho imparato molto lavorando con grandi interpreti: Marina Confalone, Paila Pavese, Nini Salerno, Francesca Reggiani. Sono stata molto fortunata».

Un’ultima curiosità: come ha conosciuto Alessandro Gassmann?

«A teatro, naturalmente. Eravamo tra il pubblico al Teatro Argot, a Trastevere, a vedere un amico comune. Lo dico sempre: i giovani devono andare a teatro. A volte, oltre agli spettacoli, trovi anche l’amore»