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Tim prova a chiudere tra le ultime “anomalie” di Piazza Affari: le azioni di risparmio. Il cda riunito nella giornata di domenica 21 dicembre, sotto la presidenza di Alberta Figari, ha deciso di procedere con un’operazione ventilata più volte negli anni, ma sempre frenata (l’ultima volta si è arenata sul “niet” dell’allora socio di riferimento Vivendi): portare ai soci un’operazione che punta a semplificare la struttura del capitale e a lasciare in Borsa una sola categoria di titoli.
Il meccanismo è in due tempi. Primo: conversione facoltativa delle risparmio in ordinarie con rapporto 1 a 1 e conguaglio in denaro di 0,12 euro per azione. Secondo: al termine della finestra di adesione, conversione obbligatoria delle risparmio eventualmente rimaste, sempre 1 a 1 ma con conguaglio di 0,04 euro. Le assemblee (ordinaria, straordinaria e speciale degli azionisti di risparmio) sono convocate per il 28 gennaio 2026.
La società guidata dall’ad Pietro Labriola esplicita la ratio: «Razionalizzare la struttura del capitale della società e realizzare esigenze di semplificazione dell’assetto proprietario e, più in generale, della governance della società, nonché di riduzione dei costi di gestione connessi all’articolazione del capitale sociale in più categorie di azioni ammesse a quotazione; creare le condizioni per incrementare la liquidità e ampliare il flottante delle azioni ordinarie».
Accanto alla conversione, Tim propone la riduzione del capitale sociale a 6 miliardi di euro. Oggi, spiega la nota, il patrimonio netto è composto per circa il 96% da capitale e non presenta riserve disponibili; la riduzione – alla luce degli effetti della cessione di Fibercop, con la rete, nel 2024 – serve a ricostruire riserve: fino a un quinto del capitale post riduzione andrà a riserva legale, il resto a riserva disponibile, utilizzabile anche per i conguagli della conversione.
Il dossier, discusso da anni, torna d’attualità dopo la sentenza di Cassazione sul canone di concessione del 1998, che vale poco più di un miliardo di euro e che può ora contribuire a finanziare i costi dell’operazione. C’è comunque un effetto sugli equilibri tra soci: con l’allargamento della base di ordinarie, la quota del primo azionista Poste Italiane scenderebbe da oltre il 27% a circa 19-20%.
