Il silenzio è il protagonista di questa miniserie su Netflix che ti trascina in quello spazio scomodo e disturbante dove l’assenza di parole pesa più di qualsiasi confessione. Ti troverai anche tu nei panni di coloro che non possono mai sapere cosa pensa davvero la persona che hanno davanti.
Nessuna spiegazione, nessuna giustificazione, nessuna parola a cui aggrapparti. Solo silenzio. Distribuita da Netflix nel 2023, si intitola non a caso “In silenzio” (“El silencio”), una produzione spagnola in soli 6 episodi di genere thriller psicologico che costruisce la propria forza narrativa attorno a un’idea semplice e potentissima: cosa succede quando il protagonista di un presunto crimine rifiuta di parlare?
Creata da Aitor Gabilondo, questa miniserie si muove tra introspezione, tensione morale e ossessione, scegliendo una strada più cerebrale che spettacolare. Fulcro della narrazione la figura di Sergio Ciscar, interpretato da Arón Piper, già noto al pubblico per “Élite”, qui in un ruolo completamente diverso.
Sergio è un giovane che, anni prima, ha ucciso i genitori in circostanze mai chiarite. Dopo aver scontato la pena, esce di prigione senza aver mai pronunciato una sola parola sul delitto. Il suo silenzio non è solo un muro, ma una provocazione costante per chi gli sta intorno.
A osservarlo c’è una psicologa interpretata da Almudena Amor, incaricata di valutarne la pericolosità. Ana non si limita all’analisi clinica: organizza un sofisticato sistema di sorveglianza per monitorare ogni gesto, ogni relazione, ogni reazione di Sergio nella vita quotidiana.
È qui che “In silenzio” compie il suo scarto più interessante, trasformando il thriller in una riflessione sul controllo, sull’etica dell’osservazione e sul confine sottile tra studio scientifico e ossessione personale. L’assenza di parola da parte di Sergio diventa uno specchio deformante: più lui tace, più gli altri proiettano su di lui paure, giudizi e desideri di verità.
La serie gioca quindi costantemente con l’ambiguità, evitando di offrire risposte semplici. Sergio è una vittima? Un mostro? O qualcosa di più complesso, che sfugge a qualsiasi definizione netta?
Accanto a Arón Piper, che regge la scena con uno sguardo opaco e una fisicità trattenuta, spicca Manu Ríos (“Respira“), il cui personaggio introduce una dimensione emotiva e relazionale fondamentale, contribuendo a rendere ancora più instabile l’equilibrio narrativo.
I rapporti tra i personaggi sono tesi, fragili, spesso manipolati, e ogni interazione sembra avvicinarti a una verità che continua però a scivolare via. Quello che ti troverai a vedere è una produzione che costruisce una tensione lenta, psicologica, che può risultare spiazzante se ti aspetti un thriller tradizionale.
Qui il vero pericolo non è ciò che accade, ma ciò che potrebbe accadere. Uno dei temi più forti della serie è infatti il bisogno umano di spiegazioni. Questa miniserie su Netflix (che ha un gradimento del 64% su Google e del 5,6/10 su IMDb) ti mette nella stessa posizione dei personaggi: osservare, giudicare, ipotizzare, senza mai avere certezze.
È un’esperienza che può risultare frustrante, ma proprio per questo profondamente coerente con il racconto. Visione ideale se stai cercando un thriller psicologico che chiede attenzione, pazienza e disponibilità a convivere con l’ambiguità. Ma se accetti la sua sfida, ti restituisce un ritratto inquietante e attuale di una società che ha bisogno di controllare tutto, anche ciò che non può essere compreso.
E alla fine, quando il silenzio pesa più di qualsiasi parola, ti accorgi che la domanda più scomoda non riguarda solo il protagonista, ma potrebbe riguardare ognuno di noi.