Ogni giorno le notizie più lette della giornata
Iscriviti e ricevi le notizie via email
Jannik Sinner è diventato il tennista più osservato d’Italia senza mai imparare davvero a guardarsi allo specchio come una celebrità. È forse questo il vero cortocircuito che manda in crisi gossip, social e curiosità morbosa: Sinner è una star globale che si comporta come se non lo fosse. E quando il mondo prova a raccontarlo, lui sceglie di sottrarsi. Sempre.
APPROFONDIMENTI
Le foto, le modelle, i nomi che rimbalzano sui siti e sui social non sono una novità. Montecarlo, Copenaghen, Parigi, Londra, New York: ogni città diventa una potenziale pista narrativa. Lara Leito, Laila Hasanovic, Brooks Nader.
Volti, indizi, sussurri. Ma la risposta di Sinner resta invariata: nessuna risposta. O quasi.
Quando a Roma, dopo mesi lontano dai campi, gli chiedono delle foto paparazzate, non si arrabbia. Sembra piuttosto colto di sorpresa. Come se stesse realizzando in quel momento una verità che per molti è ovvia da tempo: anche quando non gioca, Jannik Sinner è notizia. Una foto diventa un racconto, un’ombra diventa una relazione, un dettaglio viene ingigantito fino a sembrare una rivelazione.
Eppure Sinner vive altrove. Non nel mondo delle notifiche, ma in quello delle tabelle di allenamento. Non nell’arena delle opinioni, ma nel recinto strettissimo delle decisioni utili a vincere Slam. Il suo silenzio non è timidezza, è strategia. A 24 anni ha già capito ciò che molti imparano troppo tardi: spiegarsi è spesso più pericoloso che tacere.
Mentre fuori infuria il dibattito – tra chi vorrebbe confessioni, chiarimenti, prese di posizione – lui continua a muoversi come se nulla fosse. Gli sponsor lo scelgono per ciò che fa in campo, non per quello che racconta. I risultati lo proteggono più di qualsiasi comunicato stampa. E se il prezzo della fama è essere raccontato da altri, Sinner sembra disposto a pagarlo, purché non lo distragga.
La storia con Laila Hasanovic, mai ufficializzata eppure mai davvero smentita, diventa il simbolo perfetto di questa distanza. Presenze sugli spalti, una frase accennata (“sono innamorato”), una foto intravista sullo schermo di un telefono. Nulla di più. Nessuna dichiarazione, nessun racconto costruito. Solo frammenti, lasciati lì.
Il resto lo fa il circo mediatico: podcast americani, reality, mezze frasi trasformate in titoli. Ma anche lì, Sinner non entra. Non replica. Non smentisce. Lascia che il rumore si esaurisca da solo, come una partita giocata senza pubblico.
C’è chi legge tutto questo come freddezza. In realtà è coerenza. Jannik Sinner difende un’immagine precisa: quella di un ragazzo che viene dalla montagna, che non si è perso nel lusso, che sceglie ancora il piatto più semplice al ristorante anche quando potrebbe permettersi qualsiasi cosa. Non è marketing: è un confine. E quel confine passa anche dalla vita privata.
Parlare troppo di sé significherebbe tradire quella narrazione. Accettare il ruolo di personaggio da copertina, anziché quello – molto più scomodo – di atleta che vince e basta. Per questo Sinner non gioca la partita del gossip: sa che è l’unica che rischierebbe davvero di perdere.
E mentre il mondo prova a incastrarlo in una storia, lui continua a fare quello che gli riesce meglio: colpire la palla, guardare avanti e lasciare agli altri il bisogno di spiegare tutto. In fondo, nel tennis come nella vita, il silenzio può essere un colpo micidiale.