Nel Tigullio, il golf ha smesso di parlare solo ai golfisti. Fabrizio Pagliettini, chiavarese e direttore da anni del Circolo Golf & Tennis Rapallo A.s.d., entra nel dibattito acceso dalla circolare federale del 18 dicembre 2025 su affiliazione, aggregazione e tesseramento 2026, con una linea netta: meno tifoserie e più soluzioni concrete sui territori dei vari club, perché il futuro passa dai circoli, dai neofiti e dal lavoro sul territorio. Pagliettini, ex presidente dell’Associazione Tecnici di Golf (Aitg), oggi nella delegazione Federgolf Liguria, è responsabile dei rapporti con Cip Liguria, un incarico che incrocia anche inclusione e attività paralimpica. Da anni, grazie a lui, il circolo rapallino non è più esclusivo, ma si è aperto anche ai giovani e alle scuole primarie e secondarie del Tigullio. Pagliettini è attivo anche nel Panathlòn di Chiavari e in campo musicale locale, dove è musicista e compositore di canzoni che hanno come tema l’inclusività.

Perché sente il bisogno di intervenire proprio adesso? “Perché oggi siamo a un bivio: o la mettiamo sul piano delle soluzioni, oppure ci facciamo del male da soli. E siccome, grazie agli onnipresenti social, è facile intercettare il dibattito interno al nostro sport, la gente legge quello che scriviamo: ogni parola può attirare o allontanare chi potrebbe avvicinarsi al golf.  Oggi si parla molto di “tesserifici”, e gli scontri tra fazioni riguardano proprio questo argomento”.

Ossia? “Nel golf italiano, il tesserificio è un circolo o campo pratica che offre l’iscrizione federale a prezzi minimi, senza richiedere quote associative elevate. Questa formula permette ai golfisti “nomadi” di ottenere la tessera obbligatoria per gareggiare spendendo poco, pur senza frequentare. Molti club storici e grandi vedono i tesserifici come una forma di concorrenza sleale. Sostengono che questi piccoli enti non contribuiscano al mantenimento delle grandi infrastrutture, pur permettendo ai propri iscritti di usufruirne pagando solo il green fee, che spesso non copre i reali costi di gestione del campo. Invece per molti giocatori (specialmente giovani o chi ha poco tempo), il tesserificio è l’unico modo sostenibile per praticare il golf. Permette di essere “golfisti nomadi”, scegliendo ogni volta un campo diverso senza essere legati a un unico circolo costoso”.

Che cosa le dà “titolo” per parlare e da che posizione lo fa oggi? “Il mio titolo è semplice: lavoro dentro un circolo tutti i giorni e le scelte non restano mai astratte. Devo far funzionare una macchina complessa, con persone, servizi, manutenzioni, maestri, bar-ristorante e collaboratori. Qui se sbagli non sbagli in un post: sbagli sulla vita reale. Oggi parlo da tesserato Fig, da dirigente sul territorio, da chi rappresenta un circolo storico e anche a titolo personale: perché alla fine ci metti sempre la faccia”.

La circolare Fig: problema o occasione? “Io le innovazioni federali le ho sempre trattate come risorsa: cerco il lato utile e le potenzialità, senza perdere tempo nella critica negativa. Il tempo è poco e non ho l’età né la voglia per i discorsi da bar. Come in tutte le federazioni, c’è anche un’opposizione interna. Quando mi è capitato l’ho fatta con rispetto e spirito propositivo. Magari avrei ottenuto di più con un approccio diverso? Può darsi. Ma non mi interessa: è una questione di stile”.

Quando dice “niente tifoserie”, a cosa si riferisce? “Le tifoserie, le divisioni tra quelli che vogliono fare in modo che il golf resti uno sport esclusivo, e quelli che invece premono per una maggiore democrazia, ti fanno perdere tempo e lucidità: e danneggiano il nostro sport. Il golf italiano non cresce se ci dividiamo in curve. Cresce se facciamo quadrato tra addetti ai lavori e costruiamo risposte pratiche”.

“Sui ‘tesserifici’ scelgo di non metterla sul piano dello scontro: so che le pressioni sono state tantissime e so anche che la Fig è emanazione di un’assemblea. Preferisco dire una cosa operativa: rimbocchiamoci le maniche e facciamo quadrato tra noi”.

Golfpop e “Golf facile”: cosa avete fatto a Rapallo? “Golfpop per me è un’idea di base, una filosofia di marketing che ogni circolo può interpretare secondo le proprie condizioni. A Rapallo da dieci anni facciamo “Golf facile”: circa cento neofiti l’anno, certificati e archiviati. Non tutti continuano ed è normale. Non è un fallimento perché il limite del golf spesso è il poco tempo libero. Però chi ha vissuto un’esperienza positiva torna, prima o poi. E anche se non torna subito, diventa un alleato: parla bene, consiglia, non ti guarda più come un mondo chiuso”.

“Uscire dalla club house”: cosa vuol dire nel Tigullio? “Vuol dire lavorare sui microclimi locali, perché sono quelli che fanno la differenza. I grandi circoli del passato hanno fatto tanto, ma oggi bisogna adeguarsi al cambiamento: chi non l’ha fatto è in ritardo. Non vendiamo calcio o padel: o ti muovi e crei accessibilità, oppure continui a contare persone sempre più anziane e sempre meno numerose. Un esempio? Ogni primavera facciamo la Festa degli alberi: le scuole Pascoli vengono a piantare un albero su un nostro terreno, dentro il parco. È un’iniziativa che portiamo avanti da più di un decennio: i bambini tornano negli anni a rivedere “il loro” albero. Così il golf viene percepito prima di tutto come un parco accogliente, un luogo dove si sta bene. E da lì qualcuno scopre anche la potenzialità emozionale del gioco”.

Il tesseramento libero porta nuovi golfisti? “Il tesseramento libero per me è stato utile e l’abbiamo usato, ma non è risolutivo. Se fosse stato spinto davvero da tutti i circoli forse avrebbe avuto un impatto diverso: non è andata così e si lavora con quello che c’è. Io propongo tavole rotonde: mettiamoci lì e capiamo come usare al meglio le novità e come arginare debolezze o mancanze, senza farci la guerra”.