Secondo Ismea, nel 2024 la superficie agricola biologica in Italia ha superato i 2,5 milioni di ettari, con un incremento del 2,4% rispetto al 2023. Oltre un quinto della superficie agricola utilizzata (Sau) a livello nazionale, ovvero il 20,2% del totale, ormai è coltivata con metodo biologico.

L’Italia si sta avvicinando sempre più concretamente al traguardo del 25% fissato per il 203o dalle strategie europee Farm to Fork e Biodiversità.

Italia ai primi posti del biologico in Europa

Il dato assume ancora più valore se confrontato con le altre grandi economie agricole europee. La Spagna, ad esempio, si attesta al 12,3% di superfici destinate al biologico, seguita dalla Germania che si ferma all’11,5%.

Questo distacco evidenzia il ruolo di primo piano che il nostro Paese sta assumendo nel panorama della sostenibilità agricola continentale. In questo contesto, il ruolo del Sud è decisivo.

La crescita è trainata soprattutto da prati e pascoli (+8,2%), mentre risultano in lieve flessione i seminativi e le colture ortive. Crescono invece le colture permanenti, come oliveti e vigneti, particolarmente diffusi nel Mezzogiorno.

Anche nella zootecnia i segnali sono coerenti. Il numero di capi biologici aumenta, in controtendenza rispetto al comparto convenzionale, con incidenze elevate per ovini, caprini e bovini, tipici degli allevamenti del Sud.

Nel 2024 gli operatori biologici in Italia hanno raggiunto quota 97.160, con un aumento del 2,9% rispetto all’anno precedente. La crescita riguarda soprattutto le aziende agricole e i produttori esclusivi.

Perché il biologico cresce soprattutto al Sud

Il fatto che il 58% della Sau biologica sia concentrato nel Mezzogiorno non è semplicemente un dato quantitativo, ma il risultato di una combinazione di fattori strutturali, ambientali ed economici.

Innanzitutto, le condizioni pedoclimatiche di molte aree del Sud Italia si prestano particolarmente bene all’agricoltura biologica grazie a:

  • ampie superfici collinari e montane;
  • minore intensità produttiva;
  • maggiore biodiversità naturale.

Qui il passaggio dal convenzionale al bio richiede spesso meno discontinuità tecnica rispetto ai contesti di agricoltura intensiva.

In secondo luogo, il biologico ha rappresentato per molte aziende meridionali una strategia di uscita dalla competizione sui prezzi, consentendo di puntare su valore aggiunto, certificazioni alimentari e riconoscibilità del prodotto.

Olivicoltura, cerealicoltura, pascoli estensivi e allevamenti ovicaprini sono comparti nei quali il Sud ha trovato nel biologico una leva di rilancio.

Non va poi dimenticato il ruolo delle politiche di sviluppo rurale, che negli ultimi cicli di programmazione hanno spesso favorito la conversione al biologico proprio nelle regioni del Sud, anche come strumento di presidio del territorio e contrasto all’abbandono delle aree interne.

Cresce anche il Nord e aumenta la spesa per i prodotti bio

Da quello che emerge dal rapporto Ismea, anche il Nord cresce, e a un ritmo più sostenuto (dell’8,4%) rispetto al Mezzogiorno (3,5%).

C’è quindi un recupero del biologico anche nelle aree a maggiore intensità produttiva, che tuttavia non modifica l’assetto complessivo. Il baricentro del bio italiano resta saldamente nel Sud. Senza il contributo delle regioni meridionali, il raggiungimento degli obiettivi europei sarebbe semplicemente irrealistico.

Sul fronte della domanda, invece, la spesa domestica per prodotti biologici raggiunge i 3,96 miliardi di euro, con un incremento del 2,9% rispetto al 2023, mentre i volumi crescono del 4,3%.

Il dato indica una dinamica dei prezzi più contenuta rispetto al convenzionale, elemento fondamentale in una fase di attenzione al potere d’acquisto delle famiglie.

Di conseguenza, l’incidenza del biologico sulla spesa alimentare complessiva torna a salire, attestandosi al 3,6%. Il biologico non viene percepito solo come prodotto premium, ma sempre più come scelta di consumo ordinaria, soprattutto per alcune categorie chiave.