Buffett Credit: Getty Images

A pochi giorni dall’ultima settimana di Warren Buffett come CEO di Berkshire Hathaway, può sembrare quasi un paradosso tornare su una delle affermazioni più sorprendenti dell’Oracolo di Omaha: “Berkshire Hathaway è stata la peggiore azione che abbia mai comprato”. Eppure, lo ha detto lui stesso.

Dal 1965 a oggi Buffett ha trasformato una morente azienda tessile in uno dei più grandi conglomerati del mondo, con una capitalizzazione che ha superato il trilione di dollari. La sua ricchezza personale, stimata in circa 151 miliardi di dollari, è quasi interamente legata alle azioni Berkshire. Se non avesse donato negli anni una parte enorme delle sue quote, oggi sarebbe tra i primissimi posti nella classifica dei miliardari mondiali.

Con questi numeri, parlare di “errore” sembra fuori luogo. Ma Buffett guarda la questione da investitore razionale, non da celebratore del successo finale.

La storia inizia nei primi anni Sessanta. Buffett gestiva una piccola partnership di investimento (quella che oggi chiameremmo hedge fund) e si imbatté in Berkshire Hathaway, allora un’azienda tessile in declino. Il titolo appariva molto economico, soprattutto se valutato in base al capitale circolante.

L’idea iniziale era semplice e tipica del Buffett “giovane”, ancora molto influenzato dagli insegnamenti di Benjamin Graham: comprare a sconto, aspettare un’operazione societaria e rivendere con un piccolo guadagno. Nel 1964, però, accadde qualcosa che cambiò il corso della storia. Il management di Berkshire propose un’offerta di riacquisto delle azioni, ma a un prezzo leggermente inferiore a quello promesso verbalmente. Un ottavo di dollaro in meno. Una cifra irrilevante, ma sufficiente a irritare Buffett.

La reazione fu emotiva: invece di vendere, iniziò a comprare ancora, fino a prendere il controllo dell’azienda e licenziare il CEO. Da lì in poi, Berkshire Hathaway divenne il veicolo di tutti i suoi investimenti futuri.

Col senno di poi, Buffett è molto netto: non avrebbe mai dovuto comprare Berkshire. O meglio, non avrebbe dovuto usarla come base per costruire il suo impero. Per oltre vent’anni continuò a combattere contro un business – quello tessile – con pessime prospettive economiche e una concorrenza strutturalmente imbattibile. Anche con manager capaci, investimenti in nuovi macchinari e acquisizioni di altre aziende del settore, i risultati non arrivavano.

Nel frattempo, però, Berkshire iniziava ad acquistare attività eccellenti, come le assicurazioni. Ed è qui il punto chiave: se quelle acquisizioni fossero state fatte partendo da una “scatola vuota”, senza il peso del tessile, oggi Berkshire varrebbe – secondo Buffett – almeno il doppio. Parliamo di centinaia di miliardi di dollari di valore potenzialmente perso.

Da questa esperienza nasce uno dei principi più famosi di Buffett: “È molto meglio comprare un’azienda eccellente a un prezzo giusto che un’azienda mediocre a un prezzo stracciato.”

All’inizio della carriera, Buffett cercava soprattutto ciò che era “a buon mercato”. Berkshire gli ha insegnato che la qualità del business conta più dello sconto sul prezzo. Un’azienda con cattive dinamiche economiche resta tale, anche se gestita da persone brillanti. Lo stesso Buffett lo ha sintetizzato con una frase diventata leggendaria nei suoi report annuali:

“Quando un manager con una reputazione di genialità incontra un’azienda con una reputazione di pessima economia, è la reputazione dell’azienda a restare intatta.”

Un’altra lezione emersa da quell’errore riguarda l’illusione della “sfida difficile”. Nel business, spiega Buffett, non esiste un punteggio per il grado di difficoltà, come alle Olimpiadi. Nessuno premia chi riesce in un’impresa complicatissima solo perché era complicata. Per questo, dice, è sempre meglio superare ostacoli bassi piuttosto che tentare salti impossibili.

Paradossalmente, il più grande errore di Buffett è stato anche la sua più grande scuola. Senza Berkshire Hathaway non esisterebbe la Berkshire Hathaway che conosciamo oggi. Ma senza quell’errore, probabilmente, Buffett sarebbe diventato prima e meglio l’investitore che è.

Ed è forse questo il messaggio più potente per gli investitori: anche le decisioni sbagliate possono creare valore, se diventano lezioni durature. Purché si abbia l’onestà – e la disciplina – di riconoscerle.