Il 2025 sarà ricordato come l’anno della svolta americana. O meglio, di due svolte americane. La prima è dovuta a Donald Trump. In pochi mesi, il nuovo presidente ha portato i dazi sui beni importati in media a quasi il 18% da circa il 2%; ha fermato l’immigrazione, riducendo la crescita della forza lavoro; ha fatto salire l’incertezza economica sopra il picco raggiunto negli anni del Covid; ha invertito le politiche industriali introdotte dall’amministrazione Biden.

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La crescita americana

Molti, incluso chi scrive, si aspettavano che tutto questo avrebbe danneggiato la crescita economica degli Stati Uniti. E infatti un rallentamento c’è stato: la crescita si è dimezzata, passando dal 2,8% del 2024 a un probabile 1,4% nel 2025. Ma nulla di catastrofico. La ragione è che vi è stata una seconda svolta, altrettanto importante: la corsa per vincere la gara dell’intelligenza artificiale (IA). JP Morgan stima che gli investimenti connessi all’IA abbiano contribuito alla crescita americana per più dell’1% nella prima metà del 2025.

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29 Dicembre 2025

Non sappiamo ancora quali altre novità ci riserverà il presidente Trump nel 2026. Sicuramente ce ne saranno. Ma è probabile che, anche nell’anno nuovo, l’economia americana ci sorprenderà per la sua forza e il suo dinamismo. Sia il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che il Congressional Budget Office (organo indipendente) prevedono per gli Stati Uniti una crescita poco sopra il 2% nel 2026, e anche altre previsioni sono intorno o poco sotto al 2%. Vi sono tre fattori che spingeranno l’economia americana: un potente stimolo fiscale, che dovrebbe contribuire alla crescita per quasi l’1%; ancora gli investimenti legati all’IA e alla sua adozione in tutta l’economia; infine, ma non da ultimo, un clima di ottimismo e di fiducia nel futuro, che dovrebbe sostenere investimenti e consumi nell’anno a venire. Naturalmente vi sono anche dei rischi: un aumento dell’inflazione potrebbe portare a una politica monetaria meno espansiva o, se la banca centrale americana perdesse la sua indipendenza, farebbe salire i tassi di interesse a lungo termine; l’adozione dell’IA potrebbe distruggere più posti di lavoro del previsto; o un’ipotetica bolla speculativa sui titoli legati all’IA potrebbe scoppiare, causando una caduta della borsa.

La rivoluzione tecnologica

La spinta dell’IA

La svolta dovuta all’IA è davvero epocale. Oggi la crescita potenziale dell’economia americana, cioè la crescita sostenibile in regime di pieno impiego, è stimata intorno a 1,8% all’anno. A questo numero si arriva ipotizzando che la forza lavoro cresca dello 0,4% e la produttività del lavoro di 1,4%. Studi rigorosi sugli effetti dell’IA prevedono che, nei prossimi anni, la crescita della produttività possa aumentare di 1,8 punti percentuali. Ciò porterebbe la crescita potenziale americana al 3,5-4%, quasi ai livelli della Cina. Sarebbe una rivoluzione. La sostenibilità del debito pubblico americano non sarebbe più a rischio, il ridimensionamento della forza lavoro e l’inflazione non sarebbero più un problema, il dollaro tornerebbe a rinforzarsi, la borsa americana continuerebbe la sua corsa.

Tutto questo non avverrà l’anno prossimo, e neanche l’anno successivo. L’esperienza passata insegna che rivoluzioni tecnologiche così profonde hanno bisogno di tempo per diffondersi nell’economia. Tuttavia, i dati indicano che l’adozione dell’IA è più rapida rispetto alle altre recenti innovazioni, come i PC, internet e i cellulari. Un’accelerazione significativa della produttività potrebbe già materializzarsi a partire dal 2030. Questa prospettiva infonderà ottimismo e stimolerà gli investimenti e i mercati finanziari già nei prossimi anni, sebbene vi sia anche il rischio di disoccupazione tra i lavoratori spiazzati dalle nuove tecnologie.

L’Europa e l’Italia

Le prospettive per l’Europa e per l’Italia, invece, sono tutt’altro che fulgide. Il Fmi e l’Ocse stimano una crescita di 1,1-1,2% per l’area Euro nel 2026, con l’Italia ulteriormente indietro a 0,6-0,8%. Un primo problema sono i cambiamenti globali in corso, che hanno eroso la competitività europea. Le esportazioni verso gli Stati Uniti (circa un quinto delle esportazioni dell’Unione Europea) sono diventate meno convenienti, per via dei dazi americani (circa il 16% in media sul valore dei beni esportati dall’Unione Europea) e dell’apprezzamento dell’euro (il 7% da marzo 2025). L’incertezza sulla politica commerciale americana non è svanita, sia per l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump, sia per via dei ricorsi pendenti presso la Corte Suprema americana. A questo si aggiunge l’incertezza geopolitica sull’esito della guerra in Ucraina, e la prospettiva che i termini di un’eventuale tregua siano dettati soprattutto dagli interessi economici americani. Il Fmi stima che tutto questo possa far perdere mezzo punto percentuale alla crescita Europea nel biennio 2026-27, solo parzialmente compensato dall’aumento previsto della spesa per difesa e infrastrutture.

In teoria, gli aumenti di produttività associati all’IA dovrebbero beneficiare anche l’economia europea. In pratica, tuttavia, vi sono differenze importanti tra i due continenti. Non essendo protagonista di questa rivoluzione tecnologica, l’Europa non ha visto un’accelerazione significativa degli investimenti in questo settore. Anche l’adozione di IA in Europa è indietro rispetto agli Stati Uniti. Pesano le rigidità strutturali, che rendono più difficile la mobilità del lavoro, e la composizione strutturale dell’economia, con un peso più basso dei servizi finanziari e alle imprese e dei settori ad alta tecnologia, dove le applicazioni dell’IA sono più immediate e rilevanti.

I rischi per l’Occidente

Complessivamente, anche nel 2026 i fondamentali economici dovrebbero restare buoni, con la crescita mondiale sopra il 3%, e senza rischi significativi di recessione o di impennate dell’inflazione. Tuttavia, non è un quadro economico rassicurante. Dal punto di vista politico e istituzionale, gli Stati Uniti si stanno allontanando dai valori e dalle tradizioni delle democrazie occidentali, e assomigliano sempre di più a un’oligarchia guidata da un regime affaristico e privo di scrupoli. Ma dal punto di vista economico sono più forti che mai, capaci di innovare e di adattarsi velocemente a un mondo in rapida trasformazione.

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20 Dicembre 2025

L’Europa, invece, rimane frammentata e intrappolata in un assetto istituzionale che le impedisce di reagire ai cambiamenti in corso. Senza una riforma dei trattati, che consenta di realizzare una più profonda integrazione politica dei paesi europei, il declino economico dell’Europa è destinato a continuare. Ma riforme ambiziose delle istituzioni europee sembrano oggi difficilmente realizzabili.

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