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Molti investitori considerano il potere previsionale del rapporto prezzo/utili (P/E) e di altri parametri di valutazione come fossero oro colato. È per questo che i livelli attualmente elevati dei P/E globali spaventano, minacciando presumibilmente anche le azioni italiane “sottovalutate”.
Le valutazioni, però, non sono indicative della direzione dei listini. Non lo sono mai state! La storia dimostra che un P/E elevato, di per sè, non significa nulla.
Queste non sono le mie previsioni per il 2026, che pubblicherò presto, ma le valutazioni non influenzeranno certo le mie opinioni. Vi sembra una follia? Gli osservatori spesso esaltano parametri quali il P/E e il rapporto prezzo/fatturato (Price-to-Sales Ratio – PSR, che ho ideato io più di 40 anni fa) come strumenti di tempistica. Questa concezione deriva dal ritenere che i rapporti P/E bassi siano indicativi di titoli “sottovalutati”, invitando quindi a “comprare basso”, mentre i P/E elevati indicano effervescenza e rendimenti deboli in futuro, quindi è consigliabile “vendere alto”. Queste sono le considerazioni alla base dei timori attuali.
Tuttavia, questa logica appare priva di fondamento. Prendiamo l’indice MSCI Italia e un ottimo indicatore statistico chiamato “R al quadrato” (R-squared o R2), che indica quanto un fenomeno ricorrente possa spiegarne un altro.
Il caso di Piazza Affari
Il P/E di partenza annuale delle azioni italiane (prendendo come riferimento gli utili dei 12 mesi precedenti) e i rendimenti futuri a un anno dal 2000 in poi presentano un coefficiente R2 pari a 0,03. Per chiarire, un dato pari a zero indica l’assenza di causalità potenziale, mentre 1,00 segnala una causalità completa – in altre parole, ciò significa che appena il 3% dei rendimenti italiani potrebbe derivare dai P/E. Una percentuale irrisoria. A quanto ammonta l’R2 dei rendimenti a tre e cinque anni? A 0,01 in entrambi i casi. I P/E sono responsabili di appena l’1% di tali rendimenti. Irrilevanti.
