Nonostante le sfide geopolitiche, la Borsa di Tel Aviv (Tase) chiude il 2025 con volumi di scambio record e una partecipazione internazionale senza precedenti (+70%). Ne abbiamo parlato con Ittai Ben-Zeev, Ceo appunto della “piazza affari” israeliana.
Il 2025 si chiude con un chiaro segno per i vostri mercati. Quali fattori stanno guidando questo trend di investimenti?
«Quest’anno Tase ha raggiunto volumi di scambi record. È trainata da un aumento significativo della partecipazione degli investitori globali e un netto incremento dell’attività retail, con le aperture di nuovi conti e i volumi di trading raddoppiati di recente. Oggi, l’86% delle società dell’indice Tel-Aviv 125 mostra un volume medio giornaliero di scambi superiore a un milione di dollari. Tuttavia, questi numeri raccontano solo una parte della storia. L’eccezionale forza dell’economia israeliana affonda le radici in motivazioni più consolidate».
Per esempio?
«Il mercato israeliano è caratterizzato da una solida composizione settoriale, con una forte rappresentanza nei comparti tecnologico, finanziario, della Difesa, biomedico, energetico, immobiliare e dei consumi. Questa diversità riflette la resilienza e la capacità di adattamento dell’economia nazionale. Le aziende israeliane continuano a mostrare una redditività impressionante, a testimonianza dell’eccellenza operativa e della capacità innovativa delle imprese locali. Negli ultimi due anni, Israele ha affrontato sfide senza precedenti. Com’è noto. Tuttavia, il mercato è rimasto aperto. Questa tenuta ha rafforzato la fiducia degli investitori. Tase ha così registrato alcune delle migliori performance tra le Borse mondiali in ciascuno degli ultimi due anni, attirando investitori sia nazionali che internazionali».
Si dice spesso che un’economia di guerra sia dopata dalla spesa militare. È così anche per il vostro Paese?
«I periodi di guerra tendono ad aumentare la spesa pubblica. Questo è vero. Un fenomeno che può creare effetti di stimolo a breve termine in settori come la Difesa, la tecnologia, la logistica e la manifattura. Nel caso di Israele, la spesa legata al settore militare ha effettivamente sostenuto l’attività in alcune industrie e ha aiutato a mantenere il tasso occupazionale e i ricavi aziendali durante il conflitto, pur in presenza di costi economici ed elevata incertezza. Detto questo, dopo il conflitto con l’Iran abbiamo osservato un miglioramento del sentiment degli investitori. Mentre i principali indicatori economici – relativi al mercato del lavoro, ai consumi privati e ai mercati finanziari – indicano un alto grado di resilienza dell’economia israeliana».
Il 7 ottobre, la guerra in Libano, a Gaza e poi il conflitto con l’Iran: come è stato influenzato il mercato da questi eventi?
«Parliamo spesso del 7 ottobre, il più grande attacco terroristico che il nostro Paese abbia mai subìto, ma a volte dimentichiamo di menzionare l’8, il 9, il 10 ottobre e così via. Giorni in cui la Borsa è rimasta aperta. Gli investitori sono rimasti sul mercato e le aziende hanno raccolto capitali. È stato un segno di resilienza della nostra struttura finanziaria, che non si è voluta piegare al dramma in corso».
Cosa cercano gli investitori quando entrano nel mercato israeliano?
«Ciò che conta sono la qualità del mercato e l’affidabilità istituzionale. Tase è caratterizzata da scambi continui, solidi sistemi di compensazione e regolamento, regolamentazione chiara e applicazione delle norme prevedibile. Il fatto che il mercato israeliano sia rimasto aperto e pienamente operativo durante le recenti crisi è un segnale decisivo per gli investitori globali, che cercano accessibilità internazionale, ovvero standard di rendicontazione globali, una governance in linea con i principali mercati finanziari, informativa in lingua inglese, inclusione negli indici e orari di negoziazione che si sovrappongano ai principali mercati mondiali. Oltre a questo, va detto che Israele gode di un capitale umano in crescita, arricchito da una profonda competenza tecnologica, che sostiene l’espansione economica a lungo termine».
Come è posizionato lo shekel al momento? Quali sono le ragioni dietro la sua forza?
«La forza dello shekel è un fatto assodato da circa 25 anni. Crediamo che lo shekel continuerà a essere una valuta forte rispetto ai suoi partner commerciali nei prossimi anni. La sua forza è sostenuta soprattutto dall’indipendenza energetica di Israele, diventato ormai un esportatore di gas naturale a tutti gli effetti. Inoltre, l’identificazione in “start-up nation” genera un afflusso costante di valuta estera nel Paese. La combinazione di questi elementi crea una base solida che sostiene uno shekel forte».
In tutto il mondo occidentale si è registrato un aumento dell’antisemitismo. Ha osservato questo fenomeno anche in ambito finanziario?
«Fortunatamente, in ambito finanziario non abbiamo rilevato casi di antisemitismo. Al contrario, c’è un crescente interesse a partecipare alla crescita economica del nostro Paese».
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Antonio Picasso