Nel 2013 su Twitter si giocò una Battaglia dei Sessi che non si ricorda spesso: quella tra Andy Murray e Serena Williams. Un fan twittò che Williams avrebbe vinto contro Murray sull’erba e il tennista britannico per tutta risposta disse che era d’accordo, per poi riprendere l’argomento il giorno seguente, quasi lanciando una proposta a Serena Williams a mezzo BBC su un potenziale incontro a Las Vegas.
La scelta del luogo da parte di Murray non è stata casuale: a Las Vegas si giocò quella che per tutti fu la terza Battaglia dei Sessi della storia del tennis, ma che in realtà tale non era: l’incontro tra Martina Navratilova e Jimmy Connors fu intitolato Battle of Champions, si disputò nel 1992 a Paradise, vicino Las Vegas. Quest’incontro, insieme ad altri match disputati in singolare tra un tennista e una tennista, si annovera tra quelli meno ricordati insieme ad altre partite di esibizione disputate anche in anni recenti, dove il punto è solo uno: i tennisti vengono ottimamente remunerati per dare spettacolo e divertirsi.
Serena Williams non giocò contro Andy Murray, e anzi nel 2019 parteciparono insieme in doppio misto a Wimbledon, ma soprattutto entrambi in momenti differenti usarono il proprio successo per portare avanti un certo discorso sulla parità fra atleti e atlete nel tennis. Non è marginale nemmeno considerare gli attori che di volta in volta vengono coinvolti in questo tipo di incontri. Andy Murray è sempre stato un alleato della causa del tennis femminile e Serena Williams è stata una delle eroine della parità che ha sempre guardato al lavoro di Billie Jean King con (quasi) devozione.
0:22 Quando “Male player!” divenne quasi un inno.
COSA C’È IN UN NOME?
Il lato remunerativo, di marketing e infine commerciale di questo tipo di match non è mai trascurabile: nessun tennista si metterebbe in condizione di farsi male, di affaticarsi, di aggiungere una esibizione agli impegni previsti se non ci fosse anche una questione remunerativa da tenere presente: questo è vero oggi come trent’anni fa. Nel tennis, inoltre, non si pareggia mai, nemmeno nelle battaglie dei sessi, o nelle battaglie tra i campioni, figurarsi durante una partita di esibizione dove il singolarista diventa, volente o meno, un simbolo.
Di cosa è simbolo, però, varia nel tempo e secondo un contesto: già solo annoverare un match di questo tipo come Battaglia dei Sessi o Battaglia dei Campioni ha un significato completamente diverso: nel primo caso a scontrarsi non è il gioco percepito almeno formalmente a un livello paritario, bensì il genere, il maschio e la femmina, dove il primo asserisce sempre che la seconda vale meno. Il valore percepito tra i due sessi nella battaglia dei sessi è scontato: è la tennista a dover dimostrare qualcosa, non il contrario.
Quando Margaret Court Smith perse contro Bobby Riggs nella prima Battaglia dei Sessi così denominata aveva 30 anni ed era appena rientrata dalla maternità. Accettò 20.000 dollari, una remunerazione più alta di quella dei due Slam vinti in quell’anno (Australian Open e French Open), senza curarsi delle conseguenze per il movimento del tennis femminile, che non erano mai state di suo diretto interesse – era una delle più lontane dal lavoro politico di Billie Jean King. L’australiana, infatti, non era dentro il movimento per la parità salariale e di trattamento che altre tenniste stavano cercando; nonostante questo, Margaret Court non era una qualunque, né per le colleghe né per i media. Era una delle tenniste migliori, più vincenti, più apprezzate, ancora in attività e se lei avesse perso quella partita a soffrirne sarebbe stato pretestuosamente anche il movimento del tennis femminile. Politicamente era molto rischioso e per questo Billie Jean King rifiutò il primo invito da parte di Bobby Riggs, per accettare invece il secondo, costretta solo dopo che Margaret Court perse sonoramente.
Chiamare una partita tra un tennista e una tennista Battaglia dei Sessi richiama inevitabilmente la supponenza di Margaret Court e la sofferenza di Billie Jean King, contro lo stesso sciovinista Bobby Riggs: nel 1973 tutti – il marketing, la pubblicità, i media – avevano puntato l’accento sul significato più ampio di quella partita. Riggs non era dalla parte del tennis femminile, né della sua crescita. Si espose in modo sfacciato contro gli ideali e i pensieri di Billie Jean King che non solo accettò il gioco mediatico senza potersi sottrarre, ma dovette prendere sul serio quello di campo. Perdere non era un’opzione. Margaret Court arrivò al suo match quasi senza preparazione, pensando di vincere facilmente; Billie Jean King, invece, si preparò come per uno Slam, soprattutto perché la perdita mediatica collettiva per il movimento del tennis femminile sarebbe stata pari a quella sua personale. Era come se tutti i suoi sforzi si fossero concentrati in un solo risultato, di una sola partita trasmessa in prime time sulla rete ABC con in palio 100.000 dollari. E non lo aveva deciso.
Nel 1973 applicare la lente politica alla lettura della partita era inevitabile: guardare quell’incontro facendo finta che non esistessero le rivendicazioni continue portate avanti da Billie Jean King sarebbe stato ingenuo e lei lo sapeva. Di più: lo temeva. Nessuna Battaglia dei Sessi sarebbe stata indolore anche perché sul campo, ormai da anni, Billie Jean portava sempre se stessa, usava i microfoni delle vittorie e le conferenze stampa per raccontare i suoi progetti per il tennis, per lo sport femminile; il bagaglio che costruiva passo dopo passo rimaneva accanto a lei in ogni posto in cui andasse e su ogni panchina su cui sedesse. Era inevitabile e non lo avrebbe messo in pericolo per nulla in cambio. Bobby Riggs lo sapeva, gli sponsor dell’incontro lo sapevano, i media lo sapevano meglio di tutti e il titolo di Battaglia dei Sessi per questo non fu casuale, bensì rilevante e dunque piena di tensione.
Un editorialista del New York Times scrisse che “In un solo match di tennis Billie Jean King fu capace di fare più per la causa delle donne che la maggior parte delle femministe in una vita intera”. Quello che non scrisse, però, fu che questa affermazione fu vera solo perché Billie Jean vinse. Sonoramente. E non vinse solo sul campo, ma anche fuori: accettando ogni illazione, ogni frecciatina, ogni tentativo di minare il suo lavoro politico nei giorni e settimane precedenti.
Nessuno parlò mai più di Battaglia dei Sessi in singolare dopo King vs Riggs 1973 e il match del 1992 fu una Battaglia tra Campioni: fin dal nome uno scontro paritario nelle intenzioni, tra due stelle, tra due atleti talentuosi che si sfidavano per soldi e per piacere, dando vita a una partita non particolarmente brillante ma di certo interessante da un punto di vista simbolico, perché entrambi erano considerati due pilastri del tennis mondiale e il piano della sfida aveva abbandonato quello del genere per abbracciare uno status che, almeno a parole, era identitario per entrambi.
SIMBOLI
Il 28 dicembre 2025 Aryna Sabalenka e Nick Kyrgios giocano una nuova Battaglia dei Sessi a Dubai su un campo indoor, la Coca-Cola Arena, davanti a 17.000 spettatori (tutto esaurito), in una partita al meglio dei tre set, con un tie-break decisivo ai 10 punti in caso di necessità e un solo servizio disponibile. Il campo ha una particolarità: è più piccolo del 9% per la numero 1 del mondo rispetto a quello dell’australiano, perché, come ha detto Sabalenka in una puntata del podcast Piers Morgan Uncensored, “In queste condizioni, con il campo ridotto del nove per cento, sento che almeno ho una possibilità più alta di competere e vedere se posso vincere. E se riuscissi a farlo, forse poi potrei anche affrontare una partita regolare.”
L’incontro è trasmesso in tutto il mondo e tra le emittenti interessate ci sono BBC nel Regno Unito e Tennis Channel negli USA e gli organizzatori sono: Tlive, IM8, il Dipartimento dell’Economia e del Turismo di Dubai e la Coca-Cola arena di Dubai.
Il punto di vista di Sabalenka sul significato profondo del match è chiaro: “È un grande messaggio per le ragazze là fuori: spero che guardino e che vedano quanto sono forte e tosta. E che ho il coraggio di mettermi alla prova contro un uomo […] Penso che le donne abbiano già dimostrato di meritare la parità. Farò vedere che siamo capaci di lottare contro un uomo e divertirci.” Dal canto suo, Nick Kyrgios ha dichiarato che “C’è troppa divisione su un tema del genere e poco lavoro di squadra. Questo a prescindere dal risultato, anche se voglio certamente vincere. Insieme possiamo fare cose incredibili.”
L’intenzione dei due tennisti è puntuale: mettersi alla prova e dimostrare una capacità di leadership forte da un lato ed esprimere una comunione di prospettive dall’altro. Quando Sabalenka afferma che non c’è necessità di inserire un discorso sulla parità perché le donne l’hanno già dimostrata e quando Kyrgios dice che non c’è comunione di intenti ma questa è una soluzione possibile dimostrano di avere buone intenzioni ma probabilmente nel contesto errato.
Il problema con la simbologia è che non può essere decontestualizzata, né privata della sua storia. Non è possibile togliere dalla Battaglia dei Sessi il suo pregresso, nemmeno se lo si desidera ardentemente. Non è possibile quindi pensare alla partita tra Sabalenka e Kyrgios senza attaccarle addosso i significati storici che sono in ogni caso il punto di partenza. Quando entrambi saranno a rete a giocarsi il primo servizio, le vittorie e le sconfitte registrate fino a quel momento non scompariranno per desiderio personale. Il problema con la simbologia collettiva è che sentire la cosa giusta individualmente non significa automaticamente esprimerla nei giusti confini pubblici. Quello che ha fatto Billie Jean King nel 1973 non ha nulla a che vedere con quello che ha fatto Aryna Sabalenka nel 2025, motivo per cui una partita del genere avrebbe dovuto avere un altro nome, avrebbe dovuto essere un’esibizione come altre con obiettivo economico e di promozione, come tutti i match di esibizione nel tennis contemporaneo.
Nick Kyrgios arriva allo stadio da solo su un cammello. Affronta il corridoio di ingresso al campo con una racchetta tra le mani e il cappellino girato all’indietro. Arriva dimesso, quasi in punta di piedi, quasi come chi ha tutto da perdere, accompagnato da un bambino. Aryna Sabalenka entra a luci spente, con l’occhio di bue puntato addosso, che la segue scendere le scale, come dovesse farsi spazio verso un ring, avvolta da un cappotto di lustrini, mentre suona Eye of the Tiger in sottofondo. Prende in braccio la sua piccola accompagnatrice e arriva sul campo.
La partita è a tratti una partita di tennis, con passaggi divertenti e momenti in cui i due hanno dimenticato di essere solo su un palcoscenico ma hanno giocato semplicemente a tennis al meglio delle loro possibilità. Sono venuti fuori tocchi brillanti, lungolinea profondi e imprendibili, serve and volley e drop shot e il miglior gioco di tutto l’incontro è il nono del secondo set, quando Sabalenka riceve per rimanere nel match e perde per un ottimo servizio a uscire che la bielorussa non tiene in campo in risposta. Per tutta la partita, più o meno scherzosamente Kyrgios gioca sulla stanchezza, già dopo un quarto d’ora di partita. Il suo fiatone è subito rassegnato, quasi una premessa necessaria. Quando Sabalenka è stanca, fa respiri profondi sulla linea di servizio, cerca concentrazione nei muscoli, fa un giro in tondo mentre fa rimbalzare la pallina con la racchetta, per prendere le sue decisioni: sono momenti ritualizzati nel suo gioco, dettagli che le permettono spesso di fare la differenza. Nel primo set non lo fa praticamente mai. Ci ride su, come ride quando colpisce forte, quando riceve solida e anticipa le palle corte. Molto meno quando la seconda non può andarle in soccorso e i punti che regala all’avversario sono ben dieci. Durante la partita manca tensione per lunghi tratti, si sprecano sorrisi reciproci e da questo punto di vista è stato un vero e proprio match di esibizione, e in questo senso molto lontano da quello che avevano messo in campo nel 1973.
Dopo la fine del match, durante l’intervista sul campo, Kyrgios ha sottolineato che non è lui a essere il campione, ma Sabalenka che ha giocato un livello di tennis molto alto ed è riuscita a metterlo in difficoltà. L’australiano ha dovuto mettere in campo il suo meglio per vincere 6-3, 6-3 e il suo atteggiamento ai microfoni è quello di chi sentiva di avere molto da perdere, in caso di sconfitta. Eppure, l’australiano è arrivato a questo match affrontando solo sei match in singolare dal 2022, anno in cui è arrivato in finale a Wimbledon, la bielorussa è numero 1 al mondo nel circuito WTA, presentata come “il volto moderno del tennis femminile”.
Probabilmente qualche ragazzina è stata impressionata dal gioco di Aryna Sabalenka e si è sentita soddisfatta nel vederla gareggiare contro un tennista maschio. Qualche ragazzino ha pensato che giocare contro una ragazza può essere competitivo e nel caso di sconfitta nemmeno disdicevole. Ce ne saranno stati altri che avranno notato il campo più piccolo o si sono domandati se il risultato sarebbe stato più netto contro Jannik Sinner o Carlos Alcaraz o Novak Djokovic.
A seconda di quanti ragazzini faranno parte del primo, del secondo e del terzo gruppo potremo dare un significato quantitativo a questo incontro. Ma quello qualitativo passa inevitabilmente da altro.
La caratteristica dei simboli è che portano con sé una lettura soggetta a interpretazione, il riferimento a un contesto e a interpreti precisi, portatori a loro volta di valori intrinseci – in questo caso, nessuno dei due tennisti è particolarmente coinvolto attivamente nel portare la parità di genere all’interno del tennis o dello sport più in generale. Non esiste una Battaglia dei Sessi senza sacrificio e c’è sempre qualcosa da perdere e qualcuno che rischia maggiormente. Anche oggi è toccato allo sport giocato dalle femmine.